economia e lavoro
Disuguaglianze: la progressività del sistema tributario
Nel cuore della nostra Costituzione, nata dalle rovine morali e materiali della guerra e dal confronto generoso tra culture politiche diverse, si trova un principio tanto nobile quanto dimenticato: la progressività tributaria. Essa non è un elemento tecnico accessorio, né una semplice architettura fiscale: è il riflesso tangibile di una concezione della democrazia come giustizia sostanziale, e della fiscalità come atto di responsabilità collettiva. La nostra Carta fondamentale, all’articolo 53, afferma che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, e che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Si tratta di una scelta precisa, non scontata, che eleva il tributo da dovere giuridico a strumento essenziale per la realizzazione dell’uguaglianza, principio cardine dell’intero ordinamento repubblicano. Senza un fisco equo, capace di redistribuire ricchezza e di rimuovere gli ostacoli economici che limitano le opportunità delle persone, la libertà rischia di diventare appannaggio esclusivo di chi già possiede, e la democrazia un simulacro incapace di produrre reale coesione sociale.
LA PROGRESSIVITÀ, ANIMA DELLA DEMOCRAZIA ECONOMICA
La genesi di tale principio affonda le sue radici nella cultura cattolica sociale, nel personalismo comunitario di ispirazione cristiana e nell’elaborazione di economisti che hanno saputo coniugare rigore scientifico e tensione etica. Tra essi, spicca la figura di Ezio Vanoni, docente universitario, esponente della Democrazia cristiana e padre della riforma tributaria italiana, che vedeva nel prelievo fiscale non un’espropriazione, ma un modo per costruire una società più giusta, in cui il bene comune fosse più di una formula retorica. Vanoni amava ripetere che il fisco doveva prendere a chi poteva per dare a chi aveva bisogno: non un’espressione demagogica, ma un principio di equità profondamente ispirato alla parabola evangelica dei talenti e alla dottrina sociale della Chiesa, da Rerum Novarum a Quadragesimo Anno, da Mater et Magistra fino a Centesimus Annus. La fiscalità, in questa visione, non è strumento neutrale, ma mezzo attraverso il quale una comunità politica si assume la responsabilità di prendersi cura dei suoi membri più deboli, realizzando così la dignità di ogni persona umana.
Tuttavia, l’Italia ha progressivamente smarrito questa visione. La progressività, che avrebbe dovuto rappresentare la spina dorsale del sistema tributario, è stata di fatto relegata a una sola imposta: l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. E anche all’interno dell’Irpef, il principio progressivo si è andato appiattendo, passando dagli originari 32 scaglioni del 1974 alle tre aliquote attuali, con un effetto penalizzante sui redditi medi e vantaggioso per i più elevati. Questo progressivo svuotamento della struttura originaria della riforma fiscale ha prodotto una distorsione profonda: oggi, sono i lavoratori dipendenti e i pensionati a sostenere l’intero impianto della solidarietà fiscale. Secondo i dati più aggiornati, circa 21 milioni di lavoratori e 13 milioni di pensionati rappresentano l’84,5% dei contribuenti Irpef. A loro è affidato il compito, solenne ma gravoso, di garantire la redistribuzione e il finanziamento dei diritti sociali.
Parallelamente, forme di reddito spesso ben più elevate – capitali, rendite, immobili – sono tassate con criteri forfettari, sostitutivi o agevolativi, che le sottraggono al principio di progressività. La cedolare secca sugli affitti, le aliquote fisse sui redditi finanziari, i regimi forfettari per le partite Iva con ricavi fino a 85.000 euro, l’assenza di una patrimoniale ordinaria e la mancata riforma del catasto hanno generato una situazione paradossale: chi lavora paga in modo progressivo, chi possiede paga in modo proporzionale, e spesso in misura inferiore. Il risultato è un sistema che contraddice frontalmente la volontà dei costituenti, che concepivano il fisco come veicolo di giustizia sociale, non come fardello per chi ha meno mezzi per difendersi.
IL TRADIMENTO DEL PRINCIPIO COSTITUZIONALE
Non meno preoccupante è l’erosione culturale del significato del tributo. In decenni recenti si è diffusa una narrazione che presenta le tasse come un atto predatorio dello Stato, un’imposizione arbitraria da cui difendersi. La popolarità della curva di Laffer, l’idea che la riduzione delle imposte porti automaticamente a maggiore gettito, ha fatto breccia nel discorso politico, spesso senza fondamento empirico. La retorica delle “mani nelle tasche degli italiani” ha preso il posto del richiamo alla responsabilità civica. In questo clima si sono moltiplicati i condoni, le sanatorie, le rottamazioni: strumenti che, lungi dal sanare le disuguaglianze, minano la fiducia nella giustizia fiscale e incentivano comportamenti opportunistici. Il tributo, da fondamento del patto sociale, si trasforma in merce di scambio elettorale, e l’intero edificio della solidarietà si sgretola sotto il peso della sfiducia.
La dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che la fiscalità, lungi dall’essere neutrale, è chiamata a rispondere al principio del bene comune, alla luce del quale anche la proprietà privata ha una funzione sociale. In questo senso, la tassazione equa non è solo uno strumento contabile, ma una modalità concreta di esercizio della carità politica. Come afferma Caritas in veritate, “la solidarietà deve tradursi anche in scelte istituzionali e strutturali” (Cv, 36), e il sistema fiscale è tra le principali strutture attraverso cui una società esprime la propria giustizia. Una fiscalità che favorisce chi ha di più e grava su chi ha di meno è una struttura ingiusta, e come tale dev’essere riformata. Non si tratta solo di giustizia distributiva, ma anche di fedeltà al mandato evangelico e alla dignità della persona.
A ciò si aggiunge il problema, ormai strutturale, dell’evasione fiscale. Ogni anno l’Italia perde circa 90 miliardi di euro di gettito: una cifra enorme, che basterebbe a finanziare con stabilità sanità, istruzione, infrastrutture, sostegno alle famiglie e investimenti per le giovani generazioni. L’evasione non è una piaga uniforme: mentre i lavoratori dipendenti sono sostanzialmente in regola grazie alla ritenuta alla fonte, l’evasione si concentra tra autonomi, piccole imprese, liberi professionisti e, soprattutto, nei meccanismi complessi dell’elusione internazionale praticata da grandi gruppi economici. Questa iniquità è aggravata dalla scarsa propensione delle istituzioni ad affrontare con coraggio la questione: mancano risorse, volontà e, in taluni casi, la convinzione etica che pagare le tasse sia un dovere morale, non solo un obbligo legale.
Il confronto internazionale rende ancora più evidente l’eccezione italiana. In Francia, l’imposta di successione contribuisce significativamente alla redistribuzione dei patrimoni; in Germania, l’Irpef presenta una struttura più articolata, con numerosi scaglioni intermedi; nei Paesi nordici, una patrimoniale ordinaria coesiste con un sistema di welfare solido e universalistico, accettato come investimento collettivo nella coesione sociale. Persino negli Stati Uniti – nazione spesso evocata come simbolo del liberismo fiscale – l’aliquota marginale sui redditi più alti superava il 70% negli anni Sessanta, senza che ciò ostacolasse la crescita economica. Questi modelli dimostrano che la progressività non è un ostacolo allo sviluppo, ma un elemento essenziale per uno sviluppo giusto.
Il nodo fiscale è oggi anche una questione generazionale. I giovani entrano nel mondo del lavoro in condizioni di maggiore precarietà, con salari più bassi e prospettive meno certe rispetto alle generazioni precedenti. Eppure, sono proprio loro a dover sostenere, attraverso le imposte, un sistema che non redistribuisce equamente, e che spesso favorisce chi ha accumulato ricchezze in epoche di crescita più stabile. Senza una riforma del catasto, senza una patrimoniale equa e mirata, senza una revisione della fiscalità sulle rendite, le diseguaglianze ereditarie rischiano di diventare ereditarie anche nei diritti. Chi nasce in una famiglia agiata parte con un vantaggio che il fisco, invece di riequilibrare, finisce per amplificare. La mobilità sociale si blocca, e la Repubblica perde il suo carattere promozionale.
RICOSTRUIRE UNA CULTURA DELLA GIUSTIZIA FISCALE
Alla luce di tutto questo, è evidente che serve un cambio di rotta, non solo nelle politiche fiscali, ma nella cultura politica del Paese. È necessario ripristinare una struttura Irpef realmente progressiva, con scaglioni più numerosi e aliquote più eque; introdurre una patrimoniale che colpisca i grandi patrimoni senza gravare sui piccoli risparmiatori; aggiornare il catasto per sanare evidenti iniquità; combattere con decisione l’evasione fiscale, usando le tecnologie digitali e l’incrocio dei dati; ridurre i regimi sostitutivi e riportare nel sistema ordinario tutte le forme di reddito. Ma soprattutto è indispensabile ricostruire una cultura del tributo come fondamento della cittadinanza. Finché le imposte saranno vissute come una sottrazione e non come un contributo alla giustizia, ogni riforma sarà effimera.
La verità è semplice e profonda: la progressività tributaria è l’anima della nostra democrazia economica. È ciò che traduce la libertà da parola astratta a condizione concreta di partecipazione. È ciò che rende il merito una possibilità reale, e non un privilegio mascherato. Dimenticarlo significa abdicare allo spirito della Costituzione. Ricordarlo – e agire di conseguenza – è il primo passo per restituire dignità al lavoro, fiducia nelle istituzioni e speranza nel futuro.