Regia della fine

Tante storie

Spark

Muriel Spark
Biglietto di sola andata
Traduzione di Monica Pareschi
Adelphi, 2025, pp. 106
€ 16

La nuova edizione Adelphi di “Biglietto di sola andata” di Muriel Spark nella traduzione di Monica Pareschi (in italiano era già apparso con il titolo di “Identikit” per Bompiani nel 1971) è un piccolo gioiello inquietante.

La trama, per quanto semplice da raccontare, è deliberatamente elusiva: Lise, impiegata di un ufficio contabile del Nord Europa, si prepara a un viaggio che — lo scopriamo presto — terminerà con il suo ritrovamento uccisa la mattina seguente. Da questo punto in poi il romanzo non si chiede «chi» né tanto meno si impantana nel «come»; Spark rovescia il giallo: è un’indagine sui moventi, una macchina che smonta le ragioni, le apparenze e i pregiudizi che conducono alla violenza.

Dal punto di vista formale Spark adopera il presente di narrazione, una scrittura «filmica» che dà alla scena una freschezza ossessiva (non a caso dal testo sono stati ricavati numerosi adattamenti per cinema e teatro), e al tempo stesso dissemina il testo di anticipazioni e micro-tagli cronologici che ricordano un montaggio. Questa tecnica mantiene il lettore in uno stato di perenne disorientamento: sappiamo che Lise morirà, eppure la domanda si sposta continuamente su come le singole scene — lo shopping ossessivo, l’aereo, la scelta del vestito sgargiante, gli incontri con personaggi bizzarri — funzionino come pedine in una coreografia verso la fine.

Il racconto non concede pause, accelera fino a collassare sul colpo finale e sulla sua eco. In poche pagine Spark mette in scena un microcosmo di relazioni, mode, malintesi culturali e dinamiche di genere che parlano, più in generale, della condizione delle donne nella società europea post-bellica e nel clima di rivolta degli anni Sessanta.

Lise è raccontata attraverso gli sguardi degli altri ancor prima che dalla sua voce interna: il romanzo la mostra, la registra come se fosse già un identikit predisposto per la stampa. Questa costruzione per «testimonianze» o prospettive sovrapposte crea un effetto di polifonia: la «verità» su Lise è continuamente rimaneggiata da sguardi parziali, da memorie interessate, da omissioni e da ipotesi giornalistiche. È come se la protagonista non esistesse al di fuori della narrazione costruita dai presenti; al suo posto resta un’immagine assemblata.

La prosa è tagliente, spesso persino brutale nella sua distanza fredda, quasi fosse un esercizio di controllo formale — una narrativa «chirurgica» che elimina ogni superfluo e lascia solo l’essenziale. Il distacco non è indifferenza morale, ma procedimento estetico che costringe il lettore a guardare la scena senza consolazioni.