Il sogno di Grossman
“Per uscire dall’odio dobbiamo trovare un modo per imparare a essere di nuovo umani. Scrivo per conoscere l’altro da dentro. Oggi abbiamo, sempre di più, un atteggiamento difensivo; un modo che non ci consente di farci conoscere completamente. Ma, con le storie, offriamo agli altri un punto di vista che non possiamo avere su di noi. Questa è la potenza della scrittura. Conoscere gli altri, mappare il panorama esistenziale”. Il grande scrittore israeliano David Grossman ha chiuso la terza edizione di Radici, il festival dell’identità (coltivata, negata, ritrovata), ideato dalla Fondazione Circolo dei lettori con il contributo della Regione Piemonte – Assessorato regionale all’Emigrazione. Grossman l’1 agosto aveva dichiarato pubblicamente: “Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: genocidio. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla”. “La reazione alle mie parole – ha detto Grossman rispondendo a Giuseppe Culicchia, direttore della Fondazione e curatore del festival – in Israele è stata molto ostile. È stato detto di buttare i miei libri, buttarli per la strada. Mi spezzava il cuore usare nella stessa frase genocidio e Israele. Quello è ancora il Paese che amo, dove vorrei continuare a vivere, a cominciare dal fatto che per la creazione letteraria, uso la mia lingua. Sento il dovere intellettuale di cambiare la società dal di dentro, perché riconosco in Israele i contorni di bellezza e bruttezza, che vanno riconosciuti ogni giorno. A noi, come ai palestinesi, che da più di un secolo vivono assediati da regimi terribili, anche altri oltre Israele. È nel mio Paese che voglio continuare a vivere e lottare, perché Israele è stata creata affinché non fosse più una vittima e non abbiamo trovato ancora la casa che sognavamo, perché oggi somiglia più a una fortezza. Sogno un giorno che diventi una casa in cui poter vivere, vicini: sogno una trasformazione”. (fonte: Ansa)
