Navigare verso l’addio

Tante storie

GRYTTEN

Frode Grytten
Il giorno in cui Nils Vik morì
Carbonio, 2025, pp. 160
€ 18

In un mattino di novembre, nel cuore dei fiordi norvegesi, Nils Vik salpa per l’ultima volta. È un traghettatore, un uomo di poche parole e dai gesti misurati, rimasto solo dopo la morte della moglie Marta. Con sé, oltre al fedele cane Luna — già morto da anni ma miracolosamente presente per quest’ultimo viaggio — Nils non accompagna passeggeri qualunque, gente in carne ed ossa, ma volti del passato, presenze care che riemergono dalla memoria per un commiato silenzioso, il suo ultimo viaggio.

Frode Grytten, con “Il giorno in cui Nils Vik morì”, edito in Italia da Carbonio nella traduzione di Andrea Romanzi dal nynorsk — la variante del norvegese parlata prevalentemente nelle aree rurali del paese e sulla costa occidentale – , scrive un romanzo poetico e malinconico. L’ultima traversata di Nils Vik è una meditazione universale sulla vita, la perdita e la persistenza dell’amore.

La scrittura è lirica ed evocativa, fonde il paesaggio scandinavo – fiordi silenziosi, acque scure, luci sfumate – con le emozioni più intime del protagonista. Con prosa asciutta, ma carica di risonanze, si dipanano i fili della memoria: Nils, navigando, incontra uno dopo l’altro i fantasmi della sua esistenza. Passano in rassegna il fratello, l’ostetrica con cui condivideva un bicchierino dopo ogni nascita, l’amico unico e indimenticabile e tanti altri, ognuno con una storia, un dolore, una gioia da consegnare al ricordo.

Non ci sono colpi di scena: il viaggio è soprattutto interiore, un flusso di coscienza tra presente e passato, tra il rumore del motore della barca e il silenzio dei morti. Nils non è un eroe, ma un uomo semplice, un Caronte scandinavo che ha fatto del traghettare un mestiere e una ragione di vita. La sua barca, intitolata alla moglie Marta, è stata in vita un microcosmo di storie, un luogo di passaggio e di sospensione.

L’ultimo viaggio di Nils non è funesto, ma specchio di un’intera esistenza che giunge al suo compimento. È un inno alla quotidianità, alla bellezza delle piccole cose, alla gratitudine per un’esistenza vissuta con dignità. Il romanzo non indulge al dramma, ma scava con delicatezza nella natura effimera di ogni gesto, di ogni incontro, di ogni addio. La fine non è mai come ce la immaginiamo, e arriva senza clamore, con una passeggiata nel bosco, con un bagno nel fiordo, con quell’ultima volta che si compra il pane. Sono questi i momenti che contano, le ultime volte che si compiono senza saperlo, e che Nils sceglie di vivere con piena consapevolezza nel suo giorno finale.

Attraverso teneri dialoghi con il cane Luna e apparizioni dei passeggeri del passato, il fiordo diventa un luogo dell’anima in cui i confini tra vivi e morti si fanno labili. La barca è un teatro mobile della memoria, un crocevia di storie che chiedono solo di essere ascoltate prima di dissolversi. E in questo ascolto paziente, Nils ritrova sé stesso e la pace per ricongiungersi all’amata Marta.