Riflessioni
Famiglia, cioè… famiglie: forse…
Chi oggi ha i capelli bianchi probabilmente ricorda che negli anni ’60 molti correvano al capezzale della famiglia per preconizzare la sua morte. Certamente è (quasi) morta la famiglia tipica della società rurale, e spesso – sotto sotto – pensiamo ad essa quando parliamo dell’attuale famiglia e delle sue cattive sorti. Eppure la famiglia, in tutte le altre sue varie forme, non è nemmeno moribonda. Infatti secondo vari sondaggi, la famiglia raccoglie il massimo di gradimento: sia ieri sia oggi, nei giovani come nei vecchi.
PROLUNGATA, SANDWICH, TAPPABUCHI: MA PROTAGONISTA
Le ragioni di tanto consenso variano a seconda dei tempi: una volta, a partire grosso modo dagli anni ’70/’80, la famiglia era la cerniera fra privato e pubblico, alimentava il ceto imprenditoriale, apriva ai figli la società civile, avviava all’impegno politico; quindi era una protagonista. Oggi lo è ancora, ma in modo diverso: nella nostra “società del rischio” è molto diffusa la famiglia come il luogo caldo dell’affettività, lo spazio privato, securizzante, consolatorio.
Cambiano i tempi, ma nella famiglia resta stabile la sua funzione di ammortizzatore sociale: le ricorrenti crisi economiche, la flessibilità del mercato del lavoro, la precarizzazione producono effetti negativi che la famiglia riesce ad alleviare, con non poca fatica.
Prendiamo come esempio la “famiglia prolungata”, quella in cui i figli continuano ad abitare nella casa genitoriale, pur in età quasi adulta. Secondo l’Istat in questa condizione si trovano 6 milioni e mezzo di giovani fra 18 e 34 anni d’età. Sono bamboccioni sonnacchiosi sul divano? Di solito no; piuttosto sono giovani costretti ad appoggiarsi alla propria famiglia di origine: il 60% di loro resta a casa perché studia, o sta cercando lavoro, oppure ha un’occupazione precaria; a riprova, essi si trovano soprattutto nelle aree territoriali più svantaggiate del nostro Paese.
Un altro esempio riguarda la “generazione sandwich”: sono persone di mezza età, prese in mezzo fra la necessità di sostenere i propri figli e i compiti di cura dei propri genitori anziani.
Questi sono esempi di un “welfare familiare”, che fa da supplente al welfare pubblico. Spesso è una famiglia tappabuchi, la cui dinamicità raccoglie un ampio consenso. La fiducia tributata alla famiglia viene confermata anche da un altro versante, quello delle “famiglie ricostituite”, in cui almeno un coniuge è separato o divorziato rispetto a un precedente legame coniugale: malgrado un “fallimento” lasciato alle spalle, aumentano le persone che si risposano, disposte comunque a scommettere sulla famiglia, pur nuova.
Dunque la famiglia non è morta, anche se talvolta è malata. Ma prima di intristirsi scorrendo la sua cartella clinica, dovremmo leggere la sua carta d’identità, per capire i tratti fondamentali del suo profilo.
NUCLEARE, SINGLE, RICOSTITUITA E… RIDONDANTE
Oggi le famiglie sono 26 milioni e mezzo, su 59 milioni di abitanti: dunque sono famiglie piccole, poco numerose, composte mediamente da appena 2,2 persone: nel 1901 erano il doppio.
Dietro la media attuale si trovano processi divergenti: dal 1951 sono diminuite di venti volte le famiglie numerose, mentre dal 1901 i “single” sono quadruplicati.
Le famiglie diventano più ristrette anche a causa del calo delle nascite. Dagli anni ’50 a oggi il numero medio di figli per donna si è dimezzato (media attuale: 1,2), spingendo l’Italia dentro il cosiddetto inverno demografico, che non accenna a temprarsi.
Gli studiosi sostengono che la società cambia perché diventa sempre più articolata, differenziata, plurima. Lo stesso capita alla famiglia. L’Istat ne individua cinque tipi, molto diversi fra loro: il tipo più “classico”. ossia la famiglia “nucleare” – costituita da due genitori e almeno un figlio – oggi non è così diffuso come penseremmo (30% sul totale delle famiglie): è stato sorpassato dai “single”, che oggi sono/è il tipo più numeroso (34%) di nucleo familiare.
Ma forse l’emblema più evidente della complessità nelle relazioni familiari è rappresentato dalle famiglie ricostituite, nelle quali i tradizionali ruoli si complicano e si sovrappongono fra loro. La coppia genitoriale non coincide con la coppia ricostituita, in quanto i figli generati da un precedente rapporto vivono nella nuova famiglia, talvolta insieme ai figli nati dal secondo (o terzo) rapporto. Come si chiede Chiara Saraceno, “a quale famiglia appartiene, non solo legalmente, il figlio di genitori separati? Che legami di parentela, che aspettative reciproche ci possono essere nei confronti degli ex suoceri (per altro nonni dei propri figli), delle ex nuore/generi (per altro genitori dei propri nipoti)? Quanti nonni hanno i figli di ‘diverso letto’ conviventi? E prima ancora, quanti genitori?”. Forse questo è un brano che, inizialmente, si mostra ingarbugliato, proprio perché cerca di esprimere la realtà aggrovigliata: leggerlo aiuta a coglierla.
Anche i flussi immigratori hanno contribuito a rendere più complesso, diversificato lo scenario delle famiglie in Italia. I riferimenti culturali, le concezioni di famiglia, i ruoli intra-familiari, i modelli educativi si sono moltiplicati non solo lungo la differenza fra immigrati e autoctoni, ma anche dentro le famiglie degli uni e degli altri.
I mutamenti sono stati così profondi, da scardinare la convinzione che la famiglia sia un’istituzione perenne così com’è, estranea ai mutamenti storici, ai processi socio-culturali; e che sia un’istituzione uniforme, malgrado i diversi contesti territoriali. Invece molte importanti caratteristiche della famiglia – l’età del matrimonio, i tassi di nuzialità, l’età di uscita dei figli dalla famiglia d’origine, le gerarchie fra generi sessuali e fra generazioni, i legami di parentela, ecc. – sono caratteristiche che variano a seconda dei contesti geografici, fuori e dentro l’area occidentale.
NEL FRASTAGLIO DELLA SECOLARIZZAZIONE
Un altro grande cambiamento culturale – forse connesso al precedente – è la “secolarizzazione” della famiglia. Mi perdonerà – spero – il lettore di Rocca, ben consapevole di quanto sia sfaccettato il concetto di secolarizzazione. Se però cerchiamo un riscontro empirico abbastanza affidabile, dobbiamo basarci su qualche dato, per esempio sulla celebrazione del matrimonio. Nel 1931, quello civile riguardava il 2,6% sul totale dei matrimoni; oggi sono aumentati di 21 volte (56%) e quindi hanno superato la celebrazione religiosa.
Forse un altro indicatore di secolarizzazione sono le convivenze (etero e omo) estranee a ogni vincolo matrimoniale, che si sono quasi sestuplicale rispetto a quaranta anni fa (e quattro decenni non sono tanti, almeno per processi culturali così profondi).
Un panorama così frastagliato, multiforme, eppure innervato nella vita quotidiana, rende molto difficile riassumerlo adeguatamente in una semplice definizione; sicché – almeno agli occhi delle scienze sociali – appare una banalità dare per scontato il concetto di famiglia. Era già il lontano 1951 quando il grande antropologo Claude Lévi-Strauss scriveva: “La parola ‘famiglia’ è così usuale, e si riferisce ad un tipo di realtà così legato all’esperienza quotidiana che potremmo illuderci di trovarci di fronte ad un problema semplice”.
Non solo le scienze sociali, ma anche le esperienze e la riflessione di ciascuno di noi potrebbero aiutare a cogliere, in ciò che non è semplice, una fonte di ricchezza.