Cultura
Imbarazzo a sinistra su Pasolini
Anche le iniziative per il 50-esimo anniversario dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini rischiano di contribuire alla normalizzazione dello scrittore, del poeta, del regista, dell’intellettuale militante, appassionato e “scandaloso” protagonista della cultura e della politica della seconda metà del ‘900. Così, è avvenuto, o almeno si è tentato, per le manifestazioni per i 100 anni dalla sua nascita nel 2022. Può ripetersi perché chi più dovrebbe riconoscerne, raccontarne, utilizzarne la carica critica e profetica, innanzitutto gli eredi della sinistra storica e del cattolicesimo politico, sociale e democratico, in realtà, è in grande imbarazzo. Ha rimosso Pasolini. Ne teme lo sguardo severo. Non fu certo un caso che, nel 2022, per il centenario, non vi furono celebrazioni a livello nazionale originate dal Pd, dalle sinistre parlamentari e extra parlamentari e dal M5S.
PASOLINI, UN’EREDITÀ SCOMODA PER LA SINISTRA
Invece, il lascito dirompente di Ppp è necessario per rivitalizzare senso storico e funzione politica dell’area progressista nella caduta nichilista dell’Occidente. La questione di fondo che rende, oggi più di quanto lo fosse trent’anni fa, urgente il poeta friulano è duplice. Da un lato, la sua denuncia, espressa nella pluralità di linguaggi da lui incessantemente sperimentati, della trasformazione antropologica indotta dall’allora neo-capitalismo, da qualche anno riconosciuta come “emergenza” dall’universo culturale cattolico e da una manciata di intellettuali provenienti dalle file della sinistra. Una resistenza disperata all’ideologia edonistica e alla riduzione della persona a consumatore, ad individuo monade impegnato, in una corsa frenetica, soltanto ad accumulare potere d’acquisto per massimizzare la propria utilità sull’onnipotente mercato. Una dissonanza aspra, pagata con la persecuzione politica, mediatica e giudiziaria e, infine, con la vita. Ma nei decenni alle nostre spalle, Pasolini poteva suscitare soltanto interesse artistico. La sua sofferenza per la deriva dell’umano era materia per i critici e gli studiosi di letteratura o di cinema poiché eravamo all’apogeo della celebrazione de “la fine Storia e l’ultimo uomo”, nell’efficacissima ed egemonica sintesi del titolo del best seller di Francis Fukuyama. La fine della storia e l’ultimo uomo erano consustanziali nell’omologazione del pianeta all’ordine neo-liberista scritto e imposto dalla capitale dell’impero. “L’ultimo sapiens sapiens è uomo economico. Dunque, animale. Cane soddisfatto”. (…) “La fine della Storia abolisce l’umanità dell’uomo. L’uomo post-storico, figlio della liberaldemocrazia realizzata, non ha più ragione di lottare per raggiungere un orizzonte”, scrive Lucio Caracciolo (“La pace è finita”, Feltrinelli 2022) a commento del testo del politologo neocon cantore di straordinario successo di pubblico e critica.
IL RITORNO DELLA STORIA E LA CRISI DEL NEOLIBERISMO
Oggi, anzi ormai almeno da un decennio, misurato dall’irruzione della Brexit e dal primo arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, la Storia è tornata. È squadernata, tragicamente anche nelle guerre, l’insostenibilità sociale, ambientale, spirituale della regolazione neo-liberista dell’umano. L’ “ultimo uomo” è risultato irriducibile a consumatore insaziabile. Neanche la potenza delle macchine ‘intelligenti’ con i loro algoritmi social l’ha piegato, finora. Al contrario, la corsa ininterrotta e insensata imposta dalla società della performance accresce il disordine, la frustrazione, l’insoddisfazione, la rabbia, la violenza. Le patologie intuite e scandalosamente denudate da Pasolini nelle opere, nelle interviste e negli editoriali sul Corriere della Sera sono diventate lancinanti. Sono squadernate anche nelle mobilitazioni oceaniche “per restare umani” in solidarietà al martoriato popolo palestinese. Non generano, non possono generare, spontaneamente progetto politico. Anzi, alimentano incomunicabilità e scontro senza il ritorno della Politica all’altezza della Storia.
LA DISPERAZIONE E LA PROFEZIA DELL’INTELLETTUALE
Qui, incontriamo l’altro lato della duplice ragione del richiamo generativo a Pasolini. Appare paradossale, ma è la sua disperazione politica. Era un sentimento profondo, non un giudizio contingente. Certo, derivava dalla sua lettura di asservimento dei governi Dc e satelliti al ‘nuovo fascismo’ dei consumi. Non era populismo, né anti-politica. Pasolini distingueva tra gli abitanti del “Palazzo”. Rivendicava il suo voto al Pci (“Un paese sano in un Paese malato”). Ne esaltava i giovani. Si definiva marxista. Ma ‘salvava’ nella classe dirigente democristiana Moro e Zaccagnini. Il processo che voleva intentare non era alla “casta”, ma era rivolto a chi commetteva precisi reati: “Indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid e poi responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne, responsabilità dell’esplosione ‘selvaggia’ della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori”.
La disperazione di Ppp, tuttavia, era metastorica. Aveva radici nell’anima. Le ‘scopriva’ ne “Le ceneri di Gramsci”, la poesia nella quale si ‘confessa’ al mitico intellettuale e dirigente comunista, al cimitero acattolico a Testaccio. Lì, in versi accorati, tira fuori straziato la sua indomabile tensione: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere;/.
È l’incidenza del ‘progresso’ sull’umano ad aprire la contraddizione. L’ideologia del movimento operaio non è, non può essere, orientata a fermare la modernità: è fonte di emancipazione degli ultimi, delle donne. Pasolini ne è consapevole. Con il cuore è con Antonio Gramsci. Ma nelle “buie viscere” ‘sente’ il dolore inflitto dallo sradicamento della dimensione spirituale dall’umano e dall’omologazione culturale. “Passione e ideologia”, è il titolo del suo saggio dedicato alla poesia popolare: la “e” non congiunge. Apre una voragine tra i due sostantivi, non stringe una virtuosa endiadi. È la vera eresia di Pier Paolo Pasolini. La sua cifra poetica distintiva. Dacia Maraini, in una commovente raccolta di lettere postume a Pasolini (“Caro Pier Paolo”, Neri Pozza, 2022), ricorda un viaggio a Sana’a, capitale dello Yemen, città arcaica e bellissima, ricca della sua “innocenza primordiale”, ancora indenne dalla corruzione capitalistica agli occhi di Pasolini: “La piccola grande città medievale ti incantava. Era come se tu avessi trovato la concretizzazione del tuo sogno nostalgico di un passato che ti intestardivi a considerare ingenuo e quindi puro”. La lettera prosegue con l’intervento di Alberto Moravia, compagno di Dacia, anche lui sempre presente nei viaggi di Pasolini. “Alberto sollevava qualche dubbio. Secondo lui, il Medioevo non era affatto innocente e puro, e inoltre l’ingenuità contadina non era priva di scaltrezze, di violenze e di brutalità.”
Le stesse confutazioni ricorrevano anche sul versante politico: la modernità è controversa, come tutte le espressioni dell’umano. Fa scomparire le lucciole. Ma apre spazio politico a movimenti di liberazione della condizione del lavoro e delle donne, quest’ultima tratto tra i più regressivi della civiltà contadina. Nell’immaginario epistolario della Maraini, a Sana’a, Pasolini non negava la realtà. Ma illuminava lo scandalo: il mondo arcaico e povero era anche violento e crudele, ma era privo di quel carattere che considerava il male insopportabile in cui eravamo, siamo aggiungo, immersi: la volgarità, “una ferita profonda alla sacralità dell’essere umano”. Insomma, Pasolini, nelle parole della Maraini, dava “uno schiaffo alla cultura mercificata che riduce l’uomo a merce, togliendogli dignità e integrità”.
Era uno schiaffo anche a chi, avrebbe dovuto resistere con lui. Nell’intervento previsto al Congresso del Partito radicale, tenuto pochi giorni dopo la sua morte, letto da Vincenzo Cerami affermava: “Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione… che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando un’invisibile tessera”.
Era profezia. Qui, la causa dell’imbarazzo delle sinistre ufficiali e, in generale, del mainstream progressista su Pasolini: l’allontanamento dalla cultura del limite; il disconoscimento della dimensione trascendente della Politica; la declinazione dei diritti civili all’insegna dell’individualismo proprietario (maternità surrogata) e del trans-umanesimo (ideologia gender), da esse interpretata con veemenza identitaria, era l’oggetto della disperazione di Pasolini.
Per rivitalizzare in senso umanista il progressismo, è essenziale il risveglio morale degli intellettuali. Lo invochiamo con le parole taglienti di Antonio Cantaro ne “Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie” (Bordeaux, 2025): “L’Italia è il Paese… popolato, a destra e a sinistra, da intellettuali insani, servitori dei potenti di turno, servitori di se stessi, cortigiani. Ma è anche il Paese che forse più di ogni altro ha conosciuto nella sua storia, uomini e intellettuali sani. Liberi dai potenti, esuli fuori dalla Patria (Dante), esuli in Patria (Leopardi, Gramsci, Pasolini), servitori dell’emancipazione degli umili. Con un autentico obiettivo etico-politico: fare degli ultimi e dei penultimi un popolo. Intellettuali sanamente partigiani”. Nessun richiamo in servizio dell’ “intellettuale organico”. Del resto a quale soggetto politico, a quale cultura politica, dovrebbe servire organicamente? Prima di ricostruire, è necessario ‘scandalizzare’. Aiutaci, caro Pier Paolo.