Nelle piazze per Gaza il miglior Novecento

Nel suo recente intervento su la Repubblica, Alessandro Baricco ha scritto delle piazze per Gaza come il segno di una frattura epocale: la fine del Novecento e l’inizio di una nuova civiltà, figlia della rivoluzione digitale. Un mondo «liquido», libero dai confini, dai nazionalismi e dalle ideologie che avrebbero alimentato le tragedie del secolo scorso. Il Novecento, dice Baricco, è nondimeno un «animale morente», capace ancora di colpire. «Entrato in agonia, il Novecento ha iniziato ad abbandonare la composta resistenza che aveva declinato con fermezza e, fiutata la fine, ha iniziato a menare colpi violenti, diventando estremamente aggressivo», scrive testualmente l’autore. Ne sarebbero prova le guerre che ancora insanguinano alcune aree del mondo, i blocchi di potere, la corsa sfrenata al riarmo. Eppure, dietro questa visione apocalittica e consolatoria si nasconde, oltre che una clamorosa banalizzazione della storia (non nuova, per la verità), una grande rimozione: l’idea che il Novecento sia stato solo tragedie, e non anche riscatto, emancipazione, costruzione di libertà nuove e collettive.

NELLE PIAZZE PER GAZA IL RITORNO DEL «GRANDE NOVECENTO»

Perché il Novecento non è stato soltanto il secolo dei confini e dei campi di sterminio, ma anche quello delle lotte di liberazione, dei diritti sociali, del progresso scientifico e civile. È stato il secolo in cui popoli interi si sono liberati dal giogo coloniale, in cui la classe lavoratrice ha imposto il welfare, la sanità pubblica, le tutele sul lavoro, il diritto al tempo libero e ad una vita degna. È stato il secolo delle donne che hanno conquistato spazio, parola e autonomia; della scienza che ha sconfitto malattie e reso la vita più lunga e meno precaria. Anche la pace – non come assenza di guerra, ma come progetto politico – è un’eredità novecentesca: nata dalle macerie dei conflitti mondiali, è stata poi alimentata da una cultura che ha creduto nella cooperazione e nel disarmo. La stessa cultura, a ben vedere, che ha informato il processo di integrazione europea, per quanto lo stesso sia stato zeppo di limiti e di contraddizioni.

Ridurre tutto questo alla «barbarie del secolo breve» significa cancellare un pezzo fondamentale della storia dell’emancipazione umana. E proprio per questo la lettura di Baricco appare rovesciata: nelle piazze per Gaza non si è consumato un addio al Novecento, ma un suo ritorno. In quei cortei, nelle voci di ragazze e ragazzi che chiedono la fine dei bombardamenti e il rispetto della vita umana, risuona l’eco dei movimenti che hanno fatto grande il secolo scorso. È la stessa lingua – pace, giustizia, solidarietà, diritti dei popoli – a tornare viva. Nessuna nostalgia, piuttosto la continuità di un filo che unisce le lotte di ieri alle tragedie di oggi.

Baricco legge in quelle bandiere palestinesi il segno di un nuovo modo di stare al mondo, liberato dagli schemi del passato. Invero, per stare alle sue suggestioni, se il «nuovo continente» è davvero quello plasmato dal digitale, allora non stiamo entrando in un mondo più umano, ma in un mondo dove l’economico ha divorato l’uomo. La civiltà digitale, che lo scrittore celebra come spazio di libertà e trasparenza, è oggi la forma più sofisticata del dominio capitalistico. I dati sono la nuova merce, la rete il nuovo mercato, gli algoritmi i nuovi padroni. Il potere non si esercita più nei parlamenti o nelle fabbriche, ma nei flussi invisibili della finanza e nei piani alti dei grandi monopoli tecnologici.

LA REGRESSIONE DEL POST-NOVECENTO

Altro che fine delle élite. È la loro riorganizzazione, più efficiente, più pervasiva, meno visibile. La promessa di un mondo senza confini si è tradotta, a ben vedere, nella realtà di un mondo senza diritti. La precarietà del lavoro, la competizione esasperata, la sorveglianza permanente e la mercificazione di ogni gesto sono la sostanza di questo “post-Novecento”. La rete, lungi dall’aver dissolto i poteri, li ha resi più fluidi e perciò più difficili da contrastare. E dietro l’apparente orizzontalità dei social si nasconde una verticalità di controllo che nessun totalitarismo novecentesco aveva potuto sognare. 

Se c’è un modo per sfuggire a questo presente, non è nella celebrazione del “nuovo”, ma nel recupero critico di ciò che nel Novecento ha saputo opporsi alla barbarie: l’idea che la libertà non sia un fatto individuale, ma sociale; che la giustizia non possa essere misurata dal mercato; che la pace richieda uguaglianza, e non soltanto diplomazia. Tornare al Novecento non significa idealizzarlo, ma riprendere il suo filo spezzato: quello della politica come strumento di emancipazione – Mario Tronti avrebbe parlato di rapporto «agonico» tra il politico e l’economico –, della cultura come terreno di critica e non di consumo, della scienza come sapere al servizio dell’uomo. Cose che impongono una domanda: cosa abbiamo perso con la fine del Novecento? Nel secolo che Baricco vorrebbe archiviare sono nate la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Costituzione italiana, l’idea stessa di democrazia sociale. Cancellarne il significato, ridurne la sua essenza a mera apoteosi della violenza, significa lasciare campo libero a un presente che ha smarrito ogni principio di limite e di responsabilità, verso l’uomo ed anche verso la natura. E Gaza, in questo senso, non rappresenta il punto di rottura tra due mondi, ma il luogo dove il nuovo mostra tutta la sua impotenza. Lì, sotto le bombe, la civiltà digitale non serve a nulla: non ferma i missili (piuttosto li guida), non ricompone i corpi, non salva i bambini. Mentre nelle piazze di cui parla Baricco si è riversata proprio la coscienza ereditata dal Novecento, quella che chiama la guerra per nome, che rifiuta l’indifferenza e la neutralità.

Forse è qui che si gioca davvero la partita del futuro: non tra vecchio e nuovo, ma tra chi accetta la logica del dominio – anche quando indossa i vestiti luccicanti dell’innovazione – e chi prova ancora a costruire una civiltà fondata sull’eguaglianza e sulla pace. Se il Novecento ci ha lasciato una lezione, è proprio questa: che ogni volta che si è creduto di poter sostituire la giustizia con la tecnica, l’uomo con la macchina, il risultato è stato catastrofico. La risposta ai disastri del presente non sta dunque nel seppellire il secolo passato, ma nel ritrovare i suoi valori migliori, compresi quelli che oggi animano le piazze per Gaza.