Flashback – Genina&Keaton a Pordenone

Le quarantaquattresime Giornate del Cinema Muto appena concluse hanno presentato il solito, ghiotto menu. Ad aprire le proiezioni al Teatro Verdi è stato il Cirano di Bergerac (1922-23) di Augusto Genina, copia a colori accompagnata dalla partitura di Kurt Kuenne eseguita dall’Orchestra da Camera di Pordenone diretta da Ben Palmer. «Il cinema italiano stava avviandosi verso la catastrofe quando io feci Cirano di Bergerac» ricordava il regista. «Col crescere di importanza la cinematografia italiana era cresciuta anche in disorganizzazione…Per girare Cirano di Bergerac andai dunque a Parigi…A Parigi uscì a colori, con un sistema di tricromia applicato sul positivo. Il film vide…il debutto, come aiuto regista, di mio cugino Mario Camerini». In realtà, per una serie di problemi sopravvenuti, la produzione si spostò in un secondo momento in Italia: ad esempio, la battaglia di Arras fu girata a Ponte Milvio. Visto oggi, non si può che condividere l’entusiasmo con il quale a suo tempo il lungometraggio venne accolto sia dal pubblico che dalla critica. Oltre a scene e costumi accuratissimi, sequenze di massa imponenti, una recitazione moderna nella sua essenzialità da parte del protagonista, Pierre Magnier, va segnalata la capacità di restituire il bonario umorismo e l’accorata malinconia del capolavoro di Edmond Rostand.

Nell’ambito di un programma che ha sciorinato opere di grandi registi quali Chaplin e Lang, non possiamo non segnalare almeno Världens grymhet/Trädgådmästeren (traduzione letterale: La crudeltà del mondo/Il giardiniere, 1912). Solo trentacinque minuti strappati a un oblio in cui si sono purtroppo persi 23 su 42 film muti girati in Svezia da Victor Sjöström, ma significativi, nella loro sconcertante modernità, di quanto andrebbe riconsiderata l’opera di questo gigante. Un’attenzione meno distratta meriterebbe poi Il paese dello scandalo (Die Dame mit der Maske, 1928) di Wilhelm Thiele, brillante mélo con sfumature espressioniste cosceneggiato da Henrik Galeen e introdotto da uno strepitoso montaggio di Hans Richter sull’inflazione nella Germania di Weimar.  

Come al solito, all’ apertura di gala ha corrisposto un egualmente sontuoso ultimo atto. Accidenti…che ospitalità! (Our Hospitality, 1923), secondo lungometraggio diretto da Buster Keaton insieme a Jack Blystone, è infatti da molti considerato il capolavoro del grande comico. Il prologo fa presagire un western dalle tinte cupe. A causa della faida che divide le due famiglie, un Canfield e un McKay si uccidono a vicenda. Il figlio di quest’ultimo, l’infante Will, viene salvato inviandolo da una zia, in una New York che, avverte la didascalia, è stata ricostruita in base un quadro d’epoca (siamo nel 1831), perché lo spettatore non si stupisca di trovarsi di fronte a un paesaggio che richiama più l’aperta campagna che la tumultuosa metropoli irta di grattacieli. Vent’anni dopo, Will riceve una lettera che lo invita a prendere possesso della proprietà della famiglia, che immagina sontuosa e si rivelerà una baracca. Salutata la zia, sale su un treno d’epoca, o la sua caricatura, trattandosi di un paio di diligenze montate su poco affidabili rotaie. Il viaggio gli fa conoscere Virginia, una giovane che divide con lui un poco confortevole sedile. Dopo mille peripezie, la coppia, che ha familiarizzato nonostante le tragicomiche difficoltà del tragitto, giunge a destinazione. Virginia, che è una Canfield, invita a pranzo Will senza sapere che sia un McKay. Il padre e i fratelli di Virginia pensano immediatamente di approfittare dell’occasione per uccidere l’odiato McKay. Ma Canfield padre ricorda ai figli che, in base a una sacra legge dell’ospitalità, non potranno ucciderlo fino a quando sarà sotto il loro tetto. Il giovane, che ha origliato il discorso, fa di tutto per non uscire da casa Canfield, dando la stura a una serie di irresistibili gag. Riesce infine a fuggire vestito da donna, travestimento che, con una geniale trovata, applica a un cavallo, dietro alle cui terga si infilano per qualche momento i suoi persecutori. Prima del prevedibile happy ending, che non si può negare a questa onirica versione di Romeo e Giulietta, l’inseguimento si sposta su un fiume, le sue rive a strapiombo e una cascata che consentono al regista-attore di giocare sull’iperbole dell’azione e del rischio oltre che sui meccanismi della geniale, inconfondibile comicità di Keaton, sempre sfumata, astratta, in qualche modo lunare. <<Il piccolo uomo è qui, solo nell’immensità degli spazi naturali, alle prese con gli elementi e di fronte a ogni sorta di pericoli mortali>> ha scritto Jacques Lourcelles. «Nemici infinitamente più vigorosi di lui, simili a robot programmati per uccidere, gli hanno giurato la morte. Si leggono sul suo viso la paura, il panico, ma anche la dignità dell’uomo risoluto a lottare costi quel che costi contro l’avversità. Per una sorta di prodigio, tutto ciò è comico, soprattutto nelle stupefacenti scene della casa “ospitale”».

La magnifica copia proiettata al Teatro Verdi era accompagnata dalla partitura di Andres Goričar, sul podio della Orchestra of the Imaginary di Lubiana. Per chi volesse recuperare questo capolavoro in versione domestica, segnaliamo la sua disponibilità su YouTube. Si tratta di un restauro di qualche anno fa, ad opera di due filologi del calibro di David Brownlow e David Gill, score composto e diretto da un altro specialista, Carl Davis.