Flashback – Il cappello da prete
Il romanzo Il cappello del prete di Emilio De Marchi esce dapprima nel 1887, in appendice al quotidiano L’Italia, poi è pubblicato in volume da Treves l’anno successivo, anticipando dunque di tre anni il capolavoro dello scrittore, Demetrio Pianelli. Nato probabilmente per scopi commerciali, sulla falsariga di quello che allora in Francia veniva chiamato il genere giudiziario, sorprende ancor oggi, da un lato, per la straordinaria disinvoltura a calarsi nel variopinto contesto napoletano da parte di un autore così legato a Milano e alla sua meno fantasiosa cultura, dall’altro ad adeguarsi con efficacia alle regole di una letteratura cosiddetta di consumo. Giovanni Raboni ha parlato in proposito di un noir alla Simenon, immaginiamo per il suo appassionante intreccio narrativo al quale è sottesa una riconoscibile dimensione etica.
Con il titolo appena mutato in Il cappello da prete, nel 1943 il romanzo viene portato sullo schermo da Ferdinando Maria Poggioli, ultimo dei dieci film del regista, destinato a perire lo stesso anno per un banale incidente domestico. Si trattò di una fuga di gas dal fornello su cui stava preparandosi una camomilla, circostanza per la quale chi lo conosceva, bon vivant oltre che omosessuale senza coperture in un periodo in cui non era certo facile dichiararsi, non poté che escludere l’ipotesi del suicidio. Nato a Bologna nel 1897, Poggioli entra nel cinema come segretario di edizione prima di segnalarsi nel montaggio, in particolare per Max Ophüls (La signora di tutti, 1935). Dopo un paio di esperienze come aiuto regista di Blasetti e Righelli, esordisce nel lungometraggio con Arma bianca (1935). La sua opera, che anticipa per certi versi quella di Visconti, si caratterizza per una raffinatissimo apparato formale e per l’accurata definizione dei caratteri, con un frequente riferimento alla letteratura: tra gli altri Capuana (Gelosia, 1942, da Il marchese di Roccaverdina), Dumas figlio (L’amico delle donne, 1943) e Palazzeschi (Le sorelle Materassi,1943), per non parlare dei progetti ai quali stava lavorando, da L’esclusa di Pirandello a Il mulino del Po di Bacchelli, che la morte prematura gli ha impedito di condurre a termine.
Protagonista del Cappello da prete è il barone Carlo Coriolano di Santafusca (Roldano Lupi),che «non credeva in Dio e meno ancora nel diavolo; e per quanto napoletano, nemmeno nelle streghe e nella iettatura». Carico di debiti a causa di una vita dissoluta, segnata dal vizio del gioco, rischia la prigione se non restituirà in un congruo termine il denaro sottratto a un pio istituto del quale era stato benefattore e consigliere. Cercando una via d’uscita da quello che sarebbe un inaccettabile disonore per un membro della sua casata, viene in contatto con Cirillo (Luigi Almirante), un po’ prete, un po’ stregone al quale tutti chiedono i numeri del lotto, ma soprattutto ingordo quanto abile trafficante, e lo attira nella sua fatiscente villa di campagna dicendo di essere disposto a vendergliela. Approfittando di un momento in cui gli volta le spalle, lo uccide a bastonate e precipita il cadavere in un pozzo coprendone l’apertura. Grazie alla cospicua somma rubata a Cirillo, il barone rimette in sesto la propria vita. Ma non ha fatto i conti con il cappello del prete, dimenticato nel cortile del delitto e portato dal cane dell’anziano custode nel suo modestissimo appartamento.
Il cappello da prete è un’opera complessa pur nella piacevole linearità della narrazione, alla cui riuscita hanno collaborato nomi come Sergio Amidei e Aldo Debenedetti alla sceneggiatura, Mario Serandrei al montaggio ed Enzo Masetti al commento musicale. Santafusca, con la sua iniziale, esibita amoralità, non aliena da pretese superomistiche, che diventa progressivamente ossessione della colpa sprofondandolo infine nella follia, fatte le debite proporzioni, assume una dimensione in qualche modo dostoevskijana, già riscontrabile nel personaggio del marchese di Roccaverdina del lungometraggio precedente, interpretato non a caso dallo stesso Roldano Lupi. Anche Cirillo, con la sua insinuante sete di denaro, rimanda ad archetipi letterari alti, balzachiani e/o dickensiani, ed è una delle creazioni più riuscite di Luigi Almirante, membro di una numerosa famiglia di artisti che ha dato tanto al teatro e al cinema italiano dell’epoca, nonché incolpevole zio di Giorgio, primo leader della destra postfascista. Il pullulare della Napoli proletaria, di piccoli artigiani, bottegai e mendicanti, certo improntata a cliché consolidati, è tuttavia restituita nella sua palpitante vitalità.
Questo film di grande interesse, forse il migliore di un regista tra i più importanti e dimenticati del ventennio, ha conosciuto un più che rispettabile remake in una serie televisiva in tre puntate del 1970. A dirigerla Sandro Bolchi, di gran lunga il più dotato tra gli autori degli sceneggiati del piccolo schermo d’epoca, con gli eccellenti Luigi Vannucchi come Santafusca e Franco Sportelli nei panni di o’ prevete, circondati da un gruppo di efficaci caratteristi tra cui citiamo almeno Mariano Rigillo, Bruno Cirino, Giacomo Furia, Antonio Casagrande, Guido Alberti e Gigi Reder, raccontati dalla voce fuori campo di Achille Millo. Per chi fosse interessato, magari per rendersi conto della qualità di prodotti poveri dell’antica emittente di Stato, segnaliamo la sua reperibilità su YouTube.
