Impressioni di viaggio
Tante storie
Achille Giovanni Cagna
Alpinisti ciabattoni
Con una lettura di Gianni Oliva
Capricorno, 2025, pp. 170
€ 12
Un ritratto feroce della piccola borghesia postrisorgimentale, già immemore delle lotte e dei sacrifici che altri avevano sostenuto nel recente passato, tutta chiusa nel mondo dei propri affari e delle proprie necessità primarie, schiava del DARE e dell’AVERE, di lì a poco zoccolo duro popolare di quello che sarà il ventennio fascista.
A parte qualche eccezione (il professor Augustini, garibaldino dell’ora fatale) quella che si muove attorno ai due protagonisti di questo romanzo, i coniugi Martina e Gaudenzio Gibella, droghieri di Sannazzaro di Pavia, in vacanza sul lago d’Orta, è una popolazione di personaggi gretti, nevrotici, disimpegnati, diffidenti del mondo in cui pure vogliono avere un qualche ruolo: la comitiva dei signori Begozzi, gli sposi Segezzi, il capitano Errero, i coniugi Strepponi, il cornuto Noretti, il grave e solitario Rulloni, il “minchione” Rodella, osti (non ancora, per fortuna, chef), impiegati, contabili, avvocatucoli, signore e signorine di vario lignaggio, eruditi insopportabili come il professore Fernando Amadeo servitore più del proprio ego che della cultura.
È la prima volta che nella loro vita i Gibella escono dal loro paesino per fare una vacanza, un regalo che si sono concessi dopo anni di ininterrotto lavoro, nei luoghi un tempo riservati all’alta borghesia e all’aristocrazia, ed è forse l’ultima viste le innumerevoli peripezie e scocciature (irresistibile la scampagnata alla ricerca del latte fresco della montagna) che dovranno affrontare in una settimana che, invece di rivelarsi rilassante, sarà un massacro fisico e psicologico.
“Il mondo! E che gliene importava a loro! Fuori del loro guscio, avevano provato non altro che delusioni, terrori, e nausee infinite; ora ne sapevano abbastanza per capacitarsi, che anche fuori dal loro paese, dal grande al piccino, le cose hanno tutte lo stesso andazzo; dappertutto cielo, terra e montagnaccie; seccature, gabbamondi e ciarlatani di ogni specie.
La somma delle loro impressioni di viaggio era risultata una nota di pessimismo e di disgusto sulla vanità delle cose. Meglio morire come lumache, appiccicate in un cantone, che farsi abburattare in quel bailamme che non era fatto per loro. Così filosofava Gaudenzio…”
È satira, non analisi politica, commedia umana, spaccato di una transizione difficile, affresco di un paese che, nonostante l’unità, non è mai diventato davvero popolo, ma è satira spietata di un ventre molle in cerca di protezione, di un ceto politicamente spiantato e oscillante. Forse una profezia del Risorgimento mancato, di una civilizzazione riuscita solo in parte.
E poi c’è la lingua, vera protagonista, frizzante, ricca di latinismi, ricchissima di espressioni dialettali, a volte elegantemente arcaica, eccentrica, umoristica, una vera sfida alla compostezza manzoniana.
Del resto, a consegnarci questo bellissimo romanzo ottocentesco (che Italo Calvino volle nei suoi Cento pagine, accanto Stendhal, Puskin, Twain, Melville, De Amicis, Dossi…) è lo scapigliato Achille Giovanni Cagna, autore molto apprezzato anche da Croce e Montale.
