Moscati e friends
In breve
Giuseppe Moscati
Incipit. 17 abbrivi in attesa di vostra continuazione
Illustrazioni di Monica Bracciantini, postfazione di Mirko Revoyera
Il formichiere, 2025, pp. 104
€ 15
Nell’estate del 1849 Edgar Allan Poe scrive l’incipit di quello che doveva essere…
Non sapremo mai, visto che è solo un incipit, che cosa sarebbero diventate quelle poche parole, se un racconto lungo o un romanzo breve o altro, qualora Poe lo avesse portato a termine. Oggi dodici scrittori lo riprendono in mano e lo concludono a modo loro in un recente libro a più voci (E.A. Poe e friends, a cura di P. Collo e M. Tallone, Il faro, Capricorno, 2025).
Di questo fascino dell’incipit è consapevole il saggista Giuseppe Moscati nello scriverne ben 17 che sollecitano una continuazione, che premono per avere una vita completa, non dimezzata, non conclusa sul nascere.
Quante cose possiamo fare con le parole, diceva il grande filosofo del linguaggio John Austin. Pensate quante storie possiamo trarre da quelle poche parole che compongono un incipit!
La prima che mi viene in mente è che possiamo portare la realtà esattamente dove noi vogliamo. O incrementarla (parola cara a Capitini caro a Moscati). Scusate se è poco!
E siccome, in questo libro, c’è incipit e incipit, quello poetico e quello politico, quello immaginario e quello realistico, quello ironico e quello utopico, di cose, con queste poche parole, possiamo farne davvero tantissime. L’incipit è l’opera aperta per definizione. Come, appunto, dovrebbe essere la realtà.
Del resto è proprio l’indefinito, nel senso di non finito, di scolio, traccia, sentiero, seme, avvio, accensione, abbrivio, che scatena la fantasia e il piacere di scrivere. È proprio il non finito che ci consente di continuare, di andare oltre, di immaginare altre possibilità.
Persino Hegel riteneva che l’incipit fosse solo un momento del tutto e che la storia, anche nei momenti più bui, si muovesse verso qualcosa di meglio, anche se poi incorse nell’errore di vedere in Napoleone chissà quale compimento (leggasi l’incipit polemico n. IX)
Profondo nella sua ispirazione, lieve nella scrittura, il libro di Moscati può dunque diventare un gioco serio per trovare finali se non a lieto fine almeno di speranza. Completa tu, a partire dal tuo vissuto, dalla tua disposizione, dalla tua collocazione nel mondo, dai tuoi ideali, prosegui tu con il tuo sguardo, la tua inclinazione… Moscati e friends, Il gioco.
Io, che sono un vecchio friend dell’autore e che adoro giocare con le parole, ho provato per il momento a completare l’incipit n. XI che dice:
(Moscati)
Non c’è scampo: nel tragitto dall’imperfetto al presente si perde tanto, veramente tanto, forse tutto. Facciamo una prova veloce veloce.
Era una notte buia e tempestosa…
Magnifico!
È una notte buia e tempestosa…
Mmh, non ci siamo, è che si perde…
(Cazzato)
… si perde la distanza dell’imperfetto, la lontananza, e la distanza – se non ti accontenti di un piatto presente – è tutto. Devi dire “era” se vuoi uscire dal reale. Oppure sarà. E poi Era era anche una Dea. Era non “è”, perché se dici “è” vuol dire che è qui, e che te ne fai di una cosa che è qui e che appunto come una cosa si presenta.
Insomma, se non vuoi avere a che fare con un mondo di semplici cose, ma di immagini e di sogni, devi dire Era che era anche una dea e non una cosa. Il libro contiene un’ampia appendice-tributo agli incipit di Franz Kafka.
