Pretendere la verità
Saggistica
Ingeborg Bachmann
A occhi aperti
Saggi, discorsi, scritti vari
A cura di Barbara Agnese
Adelphi, 2025, pp. 275
€ 16
“A occhi aperti. Saggi, discorsi, scritti vari” di Ingeborg Bachmann, curato da Barbara Agnese per Adelphi, raccoglie testi composti tra il 1952 e il 1970, offrendo non solo una panoramica sul pensiero saggistico dell’autrice, ma anche una mappa della sua evoluzione intellettuale e artistica. Questo volume, che si distingue per l’organizzazione attenta e la scelta di includere sia testi pubblicati in vita che materiali postumi spesso frammentari, costituisce una testimonianza per chi voglia comprendere la portata del progetto letterario e filosofico di Bachmann: fare della letteratura uno strumento di conoscenza, un’arma affilata per squarciare il velo delle menzogne e avvicinarsi a una verità difficile e dolorosa.
Il titolo stesso, “A occhi aperti”, è un programma, un’eredità che l’autrice ci consegna attraverso una sua celebre affermazione: «Non si può scrivere a occhi chiusi». È un invito, o forse un imperativo, a guardare in faccia la realtà in tutta la sua violenza e complessità, a rifiutare le comode illusioni e le frasi fatte che svuotano il linguaggio di autenticità. Questo tema percorre come un filo rosso tutti gli scritti raccolti, che spaziano dalla critica letteraria alla riflessione filosofica, dal reportage di viaggio all’omaggio artistico. Che Bachmann scriva di Ludwig Wittgenstein, di cui contribuì alla riscoperta nel dopoguerra con un saggio penetrante, o di Maria Callas, della cui arte seppe cogliere la sovrumana perfezione e l’umana fragilità, il suo sguardo è sempre teso a identificare i confini del mondo, a svelarlo e pensarlo con esattezza, senza mai cedere a facili consolazioni.
La questione del linguaggio è centrale per Bachmann, influenzata profondamente dalla lettura del “Tractatus” di Wittgenstein e dalla sua tesi su Heidegger e mette a nudo la crisi del linguaggio contemporaneo, ridotto a “chiacchiera”, svuotato di significato dalla comunicazione quotidiana, dal giornalismo e dalla politica. Contro questo svuotamento, la letteratura si erge come ultimo baluardo di verità, come terreno di un’utopia in cui etica ed estetica si fondono indissolubilmente. Il saggio diventa per lei il luogo per eccellenza di questa resistenza, una forma aperta e sperimentale in cui si può pretendere la verità, pretenderla da sé e incoraggiare gli altri a fare altrettanto. Come afferma nel discorso “L’uomo può affrontare la verità”, la verità è “pretendibile”, nonostante la “prigione buia del mondo”.
Come per la poesia, la saggistica di Bachmann è un’opera profondamente incarnata, che nasce da un’esperienza di vita e di scrittura totale. «Io esisto soltanto quando scrivo, quando non scrivo non sono niente». Questa dichiarazione, estrema e totalizzante, non è una posa, ma la cifra di un’esistenza che ha messo la propria sopravvivenza nella parola scritta. Ed è così che i suoi scritti, anche i più occasionali, diventano frammenti di un’autobiografia intellettuale ed emotiva. Le pagine su Roma, ad esempio, dove visse a lungo prima di morirvi nel tragico incidente che la portò via a soli 47 anni, non sono un bozzetto da diario di viaggio, ma la descrizione di una città eterea e concretissima, che le insegnò ad andare d’accordo con gli altri, forse perché le mostrò come si possa abitare un luogo senza rinunciare alla propria solitudine. Il Tevere, da lei descritto, non è bello, ma trascurato, e in questa negazione del pittoresco c’è tutta la sua ricerca di un realismo che non indulge al facile lirismo.
La curatrice, Barbara Agnese, ordina i testi seguendo un criterio che privilegia non solo la cronologia ma anche il flusso di un pensiero in movimento. Emerge così il ritratto di un’autrice nomade, i cui interessi spaziano dalla filosofia alla musica, dalla poesia alla prosa. Il volume include testi celebri, come quello su Wittgenstein o l’omaggio a Callas, ma anche perle meno conosciute, come il memoir “Infanzia a Cordova” o il frammentario e ironico “Le meraviglie della musica”. Ciò che li unisce è la tensione conoscitiva, l’“afflato” che Bachmann ascrive alla letteratura, memore della lezione di maestri come Musil, Kafka o Beckett. Che parli del realismo di Heinrich Böll, della mistica di Alfred Mombert o del “Tremendum” nella scrittura di Sylvia Plath, la sua prosa è sempre tesa a cercare l’essenziale, a dire in poche parole ciò che altri dicono in interi scaffali di biblioteca.
Particolarmente significativi sono i ritratti degli altri scrittori, che sono sempre anche autoritratti obliqui. Nel parlare di Thomas Bernhard, ad esempio, austriaco sui generis come lei, di cui fu amica e di cui seppe cogliere con preveggenza la natura di “corpo estraneo” nel panorama letterario, Bachmann delinea i contorni della propria eresia. Definisce i libri di Bernhard “indispensabili, necessari, ineluttabili”, aggettivi che calzano a pennello anche per la sua scrittura, implacabile e intransigente, eppure dotata di una grazia che lambisce la sensualità. Allo stesso modo, il ritratto di Witold Gombrowicz è un manifesto della sua stessa postura: «era una persona che apertamente incuteva timore; non lo è mai stato per me, perché io non voglio che l’orgoglio e un certo modo di atteggiarsi scompaiano dal mondo».
Leggere “A occhi aperti” è necessario per chi già ama la figura di Bachmann, ma il libro è anche una porta d’ingresso perfetta per chi non vi si è mai avvicinato, perché mescola generi in modo radicale – poesia, autobiografia, critica, filosofia – senza mai perdere di vista l’obiettivo principale: aprirci gli occhi, anche se fa male, anche se si rischia di vedere troppo. Perché, come ci ricorda Bachmann, la verità non è un ideale astratto, ma una pretesa profondamente umana. E la letteratura, nella sua accezione più alta, è lo strumento con cui possiamo pretendere questa verità, per noi stessi e per gli altri, senza filtri: a occhi aperti, appunto.
