Varsavia, peccato e memoria

Tante storie

Singer_Scum

Isaac Bashevis Singer
Ritorno in via Krochmalna
Adelphi, 2025, pp. 215
€ 19

Con Ritorno in via Krochmalna, apparso originariamente in yiddish a puntate nel 1967 col titolo Shoym (letteralmente “Feccia”), poi in inglese nel 1991 come Scum e già pubblicato in italiano con il titolo Schiuma (Longanesi, 1991; TEA, 1994; Guanda, 2004), Adelphi riporta nel 2025 ai lettori italiani, nella nuova traduzione di Katia Bagnoli, un romanzo della tarda produzione di Isaac Bashevis Singer.

Il romanzo è ambientato nella via Krochmalna di inizi XX secolo, cuore del quartiere ebraico di Varsavia dove, avendoci veramente abitato, al numero civico 10, Isaac Bashevis Singer trascorse l’infanzia e la giovinezza. Era quello un microcosmo sovraffollato e caotico, popolato da rabbini e prostitute, mistici e truffatori, bottegai e accattoni, in cui il sacro conviveva con il sordido e la vita religiosa con il malaffare. Centro di una cultura yiddish già allora percepita come “altra” rispetto alla Polonia circostante, e destinata a scomparire sotto la distruzione nazista (il ghetto fu ricavato lì nelle vicinanze, prima di essere raso al suolo nel 1943 dopo la rivolta ebraica) e sovietica, quella strada divenne per Singer un vero axis mundi: spinto da nostalgia e desiderio di restituire la vitalità e la complessità umana di un mondo perduto, dall’esilio americano, egli vi ambientò anche i suoi romanzi Keyla la Rossa e Max e Flora (usciti in originale sempre sulla newyorkese «Forverts» a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 e pubblicati in Italia da Adelphi nel 2017 e 2023) che con Ritorno in via Krochmalna costituiscono una sorta di trilogia dell’yiddish gangster.

La nuova edizione Adelphi, sin dalla scelta del titolo Ritorno in via Krochmalna, sottolinea la dimensione topografica e memoriale: non è solo la storia del protagonista, ma anche quella di una strada, di un quartiere, di un mondo che rivive per l’ultima volta nella lingua di Singer prima di scomparire per sempre. Leggendo il romanzo oggi, sapendo ciò che la storia del Novecento ha inflitto agli ebrei di Varsavia (la città ospitava la più grande comunità ebraica europea con 350.000 membri su un totale di 1.300.000 abitanti, alla fine della Seconda Guerra Mondiale ne rimasero in vita circa 20.000), quelle taverne, quelle sinagoghe, quelle botteghe rumorose assumono un’aura fantomatica, come se la letteratura potesse salvarle solo nella forma della memoria e del mito. Non manca, nelle vicende narrate una dimensione quasi apocalittica.

Al centro della vicenda c’è Max Barabander, quasi cinquantenne, figura ambigua, spavalda e miserabile, ex truffatore arricchitosi a Buenos Aires dopo un’adolescenza trascorsa tra miseria e malaffare nel quartiere ebraico di Varsavia. L’inizio del Novecento, segnato da fermenti rivoluzionari, tensioni sociali e mutamenti di costume, fa da sfondo al suo ritorno in patria nel 1906. Ma Max non è un Ulisse nostalgico: non rientra per riconciliarsi con la terra natale né per ricostruire legami familiari, quanto piuttosto per inseguire un riscatto personale che fin dall’inizio porta con sé il segno del grottesco e del fallimento. La morte improvvisa del figlio diciassettenne Arturo ha distrutto il suo matrimonio, lasciando la moglie in preda alla follia e lui a combattere un senso di vuoto che si manifesta soprattutto come crisi di virilità: l’impotenza fisica è metafora di una più profonda impotenza metafisica, paralisi spirituale di un uomo che, credendosi artefice del proprio destino, finirà per precipitare nel vortice stesso che ha innescato.

Varsavia accoglie Max come una vecchia amante degradata: Singer ce la restituisce con la consueta maestria pittorica, facendo del romanzo non solo il ritratto di un uomo in crisi, ma anche di un mondo sospeso tra il tramonto della tradizione e l’irruzione caotica della modernità. Max, in questo scenario, cerca donne e trova specchi deformanti della propria disperazione. La figlia del rabbino, l’amante di un gangster locale, un’ingenua servetta, una medium: per ogni incontro c’è una menzogna, ogni progetto un’illusione, e Max, mentendo a tutte e a sé stesso, precipita in una spirale di intrighi sessuali, truffe e paranoia superstiziosa, temendo la maledizione del rabbino e sognando impossibili ricominciamenti. Singer tratteggia questo percorso con un’ironia sottile, quasi beffarda, che non cancella però la dimensione tragica del personaggio: l’uomo è libero di scegliere, ma proprio questa libertà lo espone al rischio della rovina, lo condanna a un’oscillazione incessante tra aspirazioni spirituali e appetiti carnali, tra desiderio di purezza e attrazione per l’abiezione.

Max non è un eroe tragico né un semplice antieroe picaresco: è piuttosto una maschera grottesca della condizione umana, un uomo che fugge dalla morte e dal dolore inseguendo il piacere e la vitalità, ma che proprio in questa corsa rivela la propria incapacità di dare un senso al caos dell’esistenza. Singer racconta questa parabola con una prosa che alterna brio narrativo e momenti di cupa introspezione, dialoghi vivaci e improvvisi affondi lirici, scene da commedia erotica e riflessioni sulla colpa, il destino, la libertà. L’andamento picaresco della trama – con il protagonista sempre in movimento, inseguito da creditori, amanti gelose, complici traditori e fantasmi del passato – convive con un sottotesto teologico-esistenziale che interroga il silenzio di Dio, il potere del male, la possibilità della redenzione. Il risultato è un romanzo dove la leggerezza della forma non attenua la gravità dei temi, ma anzi la rende più tagliente, più vicina alla condizione grottesca e assurda dell’uomo novecentesco.

La narrazione segue Max con ritmo serrato, accumulando situazioni sempre più grottesche: proposte di matrimonio improvvise, truffe maldestre, piani criminali che sconfinano nella farsa, gelosie incrociate, fughe e ritorni, fino all’epilogo segnato dalla violenza e dalla sconfitta. Eppure, anche nei momenti più cupi, Singer mantiene uno sguardo ironico, quasi indulgente, sulle debolezze del suo protagonista: non c’è condanna moralistica, ma il riconoscimento che nell’uomo convivono forze contrastanti, che il desiderio di purezza può nascere accanto alla corruzione, e che la vita, con il suo carico di dolore e di piacere, resta comunque degna di essere narrata.

La prosa è rapida, dialogica, punteggiata di proverbi, motti popolari, riflessioni teologiche e descrizioni sensoriali che restituiscono l’odore, il rumore, il colore di una Varsavia scomparsa. È un realismo che non rinuncia mai alla dimensione fiabesca o demoniaca: tra le pagine serpeggiano sogni, presagi, superstizioni, come se il mondo raccontato fosse insieme concreto e metafisico, popolato di uomini e dybbuk (gli spiriti maligni erranti che possiedono alcuni viventi nella tradizione ebraica), di taverne e di maledizioni.