Fieramente cagne
Saggistica
Lucy Cooke
Femmine
Ribelli, per natura
Sonda, 2025, pp. 416
€ 24
In copertina una bella grafica di una mantide religiosa virata in viola su sfondo blu, all’interno testi che parlano di orche matriarche che guidano la caccia, iene maculate con clitoridi peniformi, pesci che cambiano sesso più volte al giorno e talpe con gonadi maschili. Queste sono solo alcune delle protagoniste di Femmine. Ribelli, per natura.
Lucy Cooke, zoologa di formazione oxfordiana, pluripremiata documentarista e autrice di successo, irrompe nel panorama editoriale italiano con questo libro, tradotto dall’originale inglese Bitch: A Revolutionary Guide to Sex, Evolution and the Female Animal (2022) – noto anche con il sottotitolo alternativo On the Female of the Species. Il titolo italiano Femmine, seppur meno provocatorio rispetto all’originale Bitch (letteralmente “cagna” in senso strettamente zoologico, usato generalmente come insulto, ma termine che qui si presta a connotazioni culturali e politiche di rivendicazione femminista), mantiene intatta la forza eversiva del testo, mentre il sottotitolo Ribelli, per natura sintetizza perfettamente la tesi centrale del libro: la ribellione femminile non è un’eccezione, ma la norma biologica.
Con 416 pagine, di cui 70 dedicate a un corposo apparato di note, bibliografia e indice analitico, l’opera si presenta come un saggio rigoroso ma accessibile, un viaggio scientifico e culturale che demolisce secoli di pregiudizi sessisti radicati nella biologia e nella società. Cooke dimostra come Darwin e i suoi successori, influenzati dai pregiudizi dell’epoca vittoriana, abbiano ignorato o distorto i comportamenti femminili, relegando le donne e le animali a ruoli marginali. Grazie al lavoro di scienziate contemporanee, oggi sappiamo invece che le femmine sono competitive, promiscue, aggressive e dominanti quanto i maschi, se non di più.
Cooke, allieva di Richard Dawkins e voce nota nel mondo della divulgazione scientifica grazie alle collaborazioni con BBC, National Geographic e The New York Times, costruisce un’argomentazione serrata e ricca di esempi straordinari. Attraverso un linguaggio vivace e un tono spesso ironico, smonta i cliché vittoriani che hanno dipinto le femmine del regno animale – umane incluse – come passive, monogame e sottomesse, rivelando invece un universo di strategie evolutive, potere e sessualità sfaccettata.
Uno dei meriti del libro è l’approccio interdisciplinare, che unisce zoologia, antropologia e critica sociale. Cooke non si limita a descrivere curiosità animali, ma le collega alle dinamiche di genere umane, invitando a riflettere su come i nostri stereotipi influenzino anche la ricerca scientifica. Con esempi come le albatros lesbiche che allevano pulcini insieme, le lemuri femmina che umiliano i maschi, o le delfine con clitoridi sensuali, l’autrice sfida l’idea che la sessualità sia meramente riproduttiva e che il potere sia un’esclusiva maschile. Le stesse mantidi religiose, tradizionalmente assunte a simbolo di femmine sessualmente cannibali che costituirebbero l’eccezione alla supremazia e potenza sessuale maschile, non solo non sono un caso isolato, ma – chiarisce Cooke – con il loro comportamento proteggono gli interessi della futura prole.
La scrittura di Cooke è coinvolgente e ricca di humour, ma mai superficiale. Ogni capitolo è sostenuto da dati e studi recenti, citati con precisione nell’apparato finale, che rendono il libro una risorsa preziosa per addetti ai lavori e curiosi. Particolarmente illuminanti sono le pagine sulla plasticità del sesso biologico, dove l’autrice spiega come geni, ormoni e ambiente interagiscano creando una variabilità che sfida le categorie binarie. La talpa europea, con i suoi ovotestis (tessuti sia ovarici che testicolari), e il pesce pagliaccio, che cambia sesso per sostituire la femmina dominante, sono esempi di quanto la natura rifiuti etichette rigide.
Femmine non è solo un libro di scienza, ma un manifesto politico e culturale. Cooke sottolinea l’urgenza di una scienza più inclusiva, condotta da ricercatori e ricercatrici di generi, etnie e background diversi, capace di liberarsi dai pregiudizi patriarcali. La sua analisi risuona in un’epoca di dibattiti accesi su identità di genere e diritti delle donne, offrendo una prospettiva basata sull’evidenza: la diversità è il motore dell’evoluzione, non un’anomalia.
