Autoritratto nell’altro

Dice il saggio

Cacciari_Van_Gogh

Massimo Cacciari
Van Gogh
Per un autoritratto
42 immagini a colori
Morcelliana, 2025, pp. 160
€ 20

Van Gogh. Per un autoritratto di Massimo Cacciari, pubblicato da Morcelliana con un ricco apparato di quarantadue immagini a colori che riproducono i quadri dell’artista olandese, è una riflessione estetico-filosofica che si differenzia sia dalla biografia sia dalla mera analisi stilistica. Già apparso in una prima versione nel 1983 sulla rivista Il Centauro, il testo è qui riveduto e ampliato e si presenta come un attraversamento meditativo dell’universo vangoghiano, nel quale la pittura diventa occasione di interrogazione filosofica. Cacciari non si limita a commentare i quadri, ma ne fa emergere la tensione interiore, la drammaticità silenziosa, il loro carattere di sfida alla mera rappresentazione e alla banalità del visibile.

Il punto di partenza è il celebre passo di Wittgenstein citato in esergo, secondo cui l’opera d’arte è l’oggetto visto sub specie aeternitatis: la pittura di Van Gogh, letta da Cacciari, è ricerca ostinata di un significato universale, di una verità che, pur attraversando la materia e il colore, resta insieme luminosa e tragica. È in questa chiave che va intesa la formula ricorrente della “tragica letizia del colore”: la gioia degli ori e dei gialli, la vitalità dei verdi e dei blu, l’energia dei rossi e degli aranci non cancellano l’ombra della sofferenza, il tormento che percorre la vita e l’opera di Van Gogh, anzi, li esaltano, li mettono in scena come nucleo ineludibile dell’esistenza. La pittura non consola né sublima, ma rende visibile la verità delle cose, la loro facies patibilis che è anche la loro forma di eternità.

Il libro si apre con un sermone recitato da Van Gogh a Etten nel 1876, nel quale ancora ventenne aspirante predicatore e non ancora pittore, sembra anticipare a parole il nucleo spirituale di tutta la sua futura arte: la lotta contro la disperazione, la ricerca di una redenzione che non è mai data una volta per tutte, ma che si invoca tra le tempeste dell’anima e del mondo.

Sulla soglia dei trent’anni scopre la pittura e realizza le prime opere olandesi, dai ritratti di contadini alle nature morte con scarpe e zoccoli, dove i corpi e gli oggetti appaiono nella loro concretezza dimessa e insieme nella loro resistenza ontologica, come se il pennello desse forma a una dignità segreta delle cose, a una presenza che consuma ogni tratto contingente per farsi icona dell’umano. La lezione di Millet e del realismo nordico si intreccia con un sentimento religioso ancora molto forte e mai edificante, ma intriso di pathos e di pietas: la passio dei corpi contadini richiama quella del Cristo sofferente, senza retorica né trasfigurazione, in una prossimità che è insieme compassione e condivisione.

Il soggiorno parigino del 1886 segna per Van Gogh il contatto diretto con gli impressionisti, ma Cacciari insiste sul fatto che il rapporto con quel movimento resta sperimentale e laterale: accoglie la liberazione cromatica, l’en plein air, la vitalità della luce, ma senza condividerne del tutto la poetica della percezione e della scomposizione. La vera fonte di ispirazione resta Delacroix, con la sua concezione musicale del colore, la ricerca di corrispondenze profonde tra suoni, luci e forme. Anche se, diversamente da Delacroix (e da Seurat, altra fonte di ispirazione), in Van Gogh scompaiono l’armonia, la complementarietà e l’equilibrio; il colore esplode in dissonanza, rompe le regole, diventa forza centrifuga che incendia la forma dall’interno, come nel Caffè di notte o nella Notte stellata, dove vortici di giallo, blu e nero che non si pacificano mai in una quiete rassicurante. La pittura si fa gesto estremo, urlo silenzioso, energia cosmica che unisce il grano della terra e il fuoco delle stelle, la finitezza delle cose e l’infinito che le attraversa. Nietzsche, Bataille, ma anche Hölderlin e Dostoevskij: l’arte di Van Gogh appare a Cacciari come una forma di pensiero tragico, un esercizio spirituale che conosce la follia e la sfiora senza mai ridurvisi, un “camminare-avanzando-verso” che non approda mai a una sintesi definitiva.

Gli oggetti ricorrenti della pittura di Van Gogh, le scarpe, i girasoli, i campi di grano, gli interni dei caffè, gli autoritratti sono nodi di forze, luoghi in cui la materia si carica di energia interiore. Autoritratto con l’orecchio fasciato, scelto anche per la copertina del volume, non ha il valore di cronaca biografica sull’episodio di autolesionismo, ma esprime il paradosso di un artista che cerca la prossimità assoluta con la vita, fino a consumarsi in essa, a ferirsi per essa. La mutilazione, osserva Cacciari, non va letta come puro gesto patologico, ma come sacrificio e dono, come passaggio attraverso la notte della follia per giungere a una luce che resta lacerata, mai pacificata. L’arte di Van Gogh non salva, non redime, ma resiste e testimonia. La sua pittura appare vicina alla musica di Wagner e alle parole dei mistici, ma anche al silenzio della modernità disincantata, al nichilismo che segna l’Europa tra Ottocento e Novecento.

I riferimenti a Spinoza, a Nietzsche, a Heidegger, a Bataille accompagnano la lettura delle opere, pur evitando di voler costituire una rigida impalcatura filosofica; piuttosto servono a far emergere la dimensione ontologica e insieme esistenziale dei quadri: il colore come conatus delle cose, la luce come lotta tra essere e nulla, il sole come potenza che genera e insieme consuma, i campi di grano come metafora della vita che cresce e muore sotto lo stesso cielo implacabile. Così anche l’elemento cristiano, dalla predicazione giovanile alla meditazione sul sacrificio, attraversa tutta la pittura di Van Gogh senza ridursi a iconografia religiosa: i corpi dei contadini, le nature morte, persino i paesaggi portano impresso un pathos che ricorda la passione, una pietà laica e cosmica che abbraccia uomini, animali, piante e stelle.

Il volume si chiude con le ultime opere di Auvers-sur-Oise, dove il giallo dei girasoli e del sole lascia il posto al Campo di grano con corvi dipinto pochi giorni prima della morte. La pittura tocca il proprio limite estremo: la natura è ancora energia e colore, ma anche presagio di fine, crepuscolo, dissoluzione. Tuttavia, è proprio in questo sconvolgimento che “si salva la cosa”: nella resistenza ostinata dell’essere contro il nulla, nella luce che continua a brillare pur sapendo di dover tramontare. L’arte di Van Gogh, in questa prospettiva, assurge a evento ontologico, lotta tra forma e informe, tra senso e assenza di senso, tra vita e morte.

L’ampio apparato iconografico del libro partecipa di questa meditazione: i quadri riprodotti dialogano con il testo, lo interrompono e lo rilanciano, come se la parola riconoscesse il proprio limite di fronte alla pittura e cercasse in essa una verità che non si lascia catturare del tutto. Cacciari evita ogni tentazione di spiegare Van Gogh: preferisce ascoltarlo, seguirne i colori, le linee, le dissonanze, lasciando che il lettore entri nei quadri non come in un museo di interpretazioni già pronte, ma come in un’esperienza viva, inquieta, inesauribile.

Van Gogh. Per un autoritratto rivela così anche l’ambiguità del titolo: a quale autoritratto si fa riferimento? Quello del pittore riportato in copertina o un autoritratto implicito dello stesso Cacciari? Le due figure si avvicinano nel modo che hanno di intendere la propria arte – pittura e filosofia – come interrogazione mai pacificata, come pensiero che si misura con il tragico senza cedere né alla disperazione né alla retorica della salvezza. In questo incontro tra un pittore che ha fatto del colore un destino e un filosofo che legge nell’arte la verità inquieta dell’essere sta forse il senso più profondo del libro: la pittura di Van Gogh – come la filosofia per Cacciari – resta un enigma aperto, una ferita che continua a interrogarci, un sole che non smette di ardere pur sapendo di dover tramontare.