India, luci e ombre
Dice il saggio
Matteo Miavaldi
Un’altra idea dell’India
Viaggio nelle pieghe del subcontinente
ADD, 2025, pp. 288
€ 20
Un’altra idea dell’India di Matteo Miavaldi (ADD, 2025) non si limita a raccontare uno dei paesi più importanti al mondo, oggi come ieri, ma smonta con pazienza e rigore la costruzione stereotipata che per decenni ne ha plasmato l’immagine in Occidente. L’India evocata da santoni, sari colorati, ashram e nonviolenza gandhiana cede qui il passo a un ritratto multiforme, intriso di contraddizioni, potenza geopolitica, tensioni sociali e processi di modernizzazione tumultuosa. Il libro nasce dalla lunga esperienza dell’autore, giornalista che ha vissuto a lungo in Asia e che guarda al subcontinente con un’attenzione disincantata, capace di coglierne tanto le promesse quanto le ombre.
Sin dalle prime pagine, Miavaldi pone il lettore davanti a un’India che non coincide con l’immaginario cristallizzato di esotismo e spiritualità. Lo fa intrecciando reportage, dati, incontri personali e ricostruzioni storiche, in una narrazione che deve molto alla lezione del Moravia di Un’idea dell’India (pubblicato nel 1961 al termine di un viaggio con Pasolini e Morante) e che si contrappone volutamente tanto all’India mistica di Pasolini quanto a quella geopolitica letta solo attraverso cifre di crescita e statistiche economiche. Il risultato è un testo che unisce l’analisi alla capacità affabulatoria, alternando il rigore documentario a squarci di vita quotidiana, paesaggi urbani e rurali, voci di attivisti, intellettuali, persone comuni incontrate nei luoghi più diversi.
Il fulcro del libro è la frattura tra l’immagine idealizzata dell’India e la realtà di un Paese attraversato da processi che ne stanno cambiando in profondità la natura politica e sociale. Miavaldi dedica ampio spazio alla parabola dell’attuale leader indiano Narendra Modi, al potere da oltre dieci anni, raccontando l’ascesa del leader nazionalista, la sua abilità nel costruirsi un’immagine di uomo forte e spirituale, vicino ai giovani e alla modernità tecnologica, e insieme radicato nell’induismo più intransigente. La ricostruzione dei pogrom anti-musulmani, delle campagne d’odio, della crescente compressione degli spazi democratici restituisce un’India che, pur rimanendo la più grande democrazia del pianeta in termini di numeri, si allontana sempre più dai principi inclusivi immaginati dai padri fondatori.
Il libro non si limita però alla cronaca politica. Miavaldi esplora la stratificazione sociale e culturale del subcontinente, mostrando come le disuguaglianze di casta, lungi dall’essere un retaggio del passato, permeino ancora oggi l’economia e le relazioni sociali. La figura di Bhimrao Ramji Ambedkar, padre della Costituzione indiana e leader dei dalit (coloro che prima di Gandi erano i cosiddetti intoccabili, situati al di fuori dello schema delle quattro caste tradizionali), emerge come contraltare ideale tanto del Gandhi mitizzato in Occidente quanto della “Nuova India” di Modi: un’India che prometteva eguaglianza ma che continua a produrre esclusione e gerarchie rigide. La critica al “Gandhi pop” cinematografico, trasformato in icona rassicurante per il pubblico globale, serve a Miavaldi per rivelare le contraddizioni di un Paese in cui i miti del passato vengono continuamente riscritti per esigenze ideologiche presenti.
Tra le pagine più riuscite vi sono quelle dedicate alla trasformazione economica e tecnologica dell’India contemporanea. La demonetizzazione del 2016, quando il governo ritirò le banconote da 500 e 1000 rupie, la maggior parte della valuta in circolazione, nel tentativo di combattere l’economia sommersa e spingere verso un sistema bancario digitale, il progetto Aadhaar per l’identità digitale, la crescita delle metropoli iperconnesse e inquinate, la diffusione di un capitalismo spregiudicato che concentra la ricchezza nelle mani di pochi miliardari convivono con un mondo rurale e povero, spesso escluso dai processi di modernizzazione. Qui Miavaldi mostra come la retorica del “nuovo miracolo indiano” conviva con realtà di sfruttamento e marginalità, e come le promesse di progresso vengano usate per consolidare poteri politici autoritari.
Un intero capitolo è dedicato al ruolo del soft power culturale, a partire dallo yoga trasformato da Modi e dai suoi alleati in simbolo identitario e strumento di propaganda, capace di parlare al pubblico globale mentre in patria si restringono le libertà civili. L’episodio della Giornata Internazionale dello Yoga, con il premier vestito di bianco a guidare migliaia di persone in un’esibizione coreografica, riassume perfettamente l’abilità del leader nel coniugare tradizione, modernità e spettacolarizzazione politica.
Il libro dialoga costantemente con la storia globale: l’interesse dell’India per il fascismo negli anni Trenta, i rapporti con gli Stati Uniti e con la Russia, la competizione con la Cina, il ruolo nei Brics e nelle nuove geometrie del potere internazionale mostrano un Paese che non è più periferia ma centro di decisioni cruciali per il futuro del pianeta. E tuttavia, sottolinea Miavaldi, la crescita economica e il prestigio diplomatico non cancellano le tensioni interne, dalle discriminazioni verso le minoranze religiose ai conflitti identitari che attraversano la società.
Il ritratto che ne esce è quello di un “Paese-mondo” dove coesistono ambizioni da superpotenza e retaggi di violenza, start-up tecnologiche e linciaggi di musulmani, megacittà futuristiche e villaggi senza elettricità. Un caleidoscopio che sfida qualsiasi semplificazione e che l’autore restituisce con scrittura limpida, senza cedere né all’esotismo né al disincanto totale. L’India di Miavaldi non è mai ridotta a oggetto di fascinazione né a caso di studio freddamente analitico: è un organismo vivo, contraddittorio, in trasformazione, raccontato con empatia ma senza indulgenze.
