Terra inquieta

Tante storie

Bracconieri

Reinhard Kaiser-Mühlecker
Bracconieri
Carbonio, 2025, pp. 272
€ 21

Con Bracconieri (Carbonio, 2025) Reinhard Kaiser-Mühlecker ci porta nel cuore dell’Alta Austria, in una fattoria attraversata da silenzi, rancori familiari e un’inquietudine sotterranea crescente con il procedere del racconto. Jakob Fischer, giovane agricoltore introverso, dopo la morte della nonna e il disfacimento della famiglia, prende in mano la conduzione dell’azienda. Su di lui grava il peso di un’eredità materiale e morale: campi da gestire, debiti, risentimenti, un padre inconcludente e autoritario, la madre distante, i fratelli dispersi tra Vienna e Amburgo. E poi c’è quella pistola del nonno, trovata a dodici anni e usata di tanto in tanto per un macabro gioco di roulette russa: un colpo in canna, il tamburo che gira, il grilletto che scatta, e sempre lo stesso “clac” a vuoto. Una scena che basta a definire l’atmosfera del libro e la mente del protagonista: tesa, imprevedibile, segnata da un antico dolore.

L’arrivo di Katja, artista di Salisburgo in cerca di silenzio e lavoro, sembra aprire una breccia in questo mondo chiuso. Insieme avviano un allevamento biologico, si sposano, hanno un figlio: un’apparente redenzione che illude il lettore quanto Jakob stesso. Perché le crepe restano, e con esse l’ira trattenuta, la misoginia latente, la paura del tradimento, la difficoltà di amare davvero. Il ruolo di Katja resta ambiguo: bracconiera del cuore di Jakob, o vittima del suo stesso silenzio?

Kaiser-Mühlecker riesce a rendere la vita rurale con precisione senza cedere all’idillio: il sangue degli animali, la puzza del letame, le malattie delle piante, le minacce dell’autostrada e delle linee elettriche che incombono sulla fattoria. La campagna non come rifugio, ma teatro di fatica e solitudine, luogo dove il tempo segue il ciclo delle stagioni e la mente dei personaggi resta in perenne stato d’assedio. Si vede che l’autore è lui stesso agricoltore: conosce i ritmi, gli odori, le frustrazioni, ma soprattutto la lingua interiore di chi vive isolato e non sa più trovare un ponte con l’altro.

Il romanzo non ha fretta: avanza per accumulazioni successive, alternando scene di lavoro, silenzi domestici, brevi scosse di violenza e rari momenti di tenerezza. Ogni capitolo lascia dietro di sé un colpo secco come quel “clac” della pistola, finché l’immagine complessiva non emerge in tutta la sua cupezza. Jakob rimane un enigma: duro e fragile insieme, capace di gesti d’amore e di improvvisi crolli, di progetti ambiziosi e di rabbie improvvise, come se un destino oscuro lo perseguitasse.

Dal padre fallito alla sorella egoista, dalla madre muta a Katja stessa, tutti sembrano portare con sé un proprio bracconaggio affettivo, un’intrusione negli spazi dell’altro che lascia ferite e domande senza risposta. Quel che resta alla fine è l’immagine di Jakob che cammina lungo una strada polverosa “di cui non si vede la fine”. Nessuna catarsi, nessuna redenzione piena: solo la consapevolezza che esistenze come la sua non si risolvono, si attraversano come paesaggi ostili eppure così familiari.