Johannesburg senza sonno
Tante storie
Tshidiso Moletsane
Junx
Non basterebbe una notte
Pidgin, 2025, pp. 130
€ 17
Con Junx. Non basterebbe una notte (Pidgin, 2025, traduzione di Stefano Pirone), arriva in Italia l’esordio letterario di Tshidiso Moletsane, voce nuova e coraggiosa nella narrativa sudafricana contemporanea, vincitore del Sunday Times Literary Award. Questo romanzo breve è insieme vortice e vertigine, un viaggio nella notte di Johannesburg dove sesso, droga, amicizia e disperazione si mescolano in una lingua cruda, febbrile, a tratti allucinata.
Junx è disturbante, volgare, macabro, irresistibile. La scrittura di Moletsane obbliga a leggere tra le righe, a guardare dentro un protagonista che non cerca di essere amato né compreso. È una letteratura che rifiuta il decoro, sperimenta, scava nei limiti della coscienza e della moralità.
La vicenda si svolge in un’unica, convulsa notte: il protagonista – anonimo, giovane adulto tra i 18 e i 25 anni, intelligente e autodistruttivo – si prepara a raggiungere SEXY-HONEY-SUPER-CHUBBY, la festa più grande dell’anno nel quartiere alla moda di Braamfontein, passando da Dobsonville a Soweto, come dire “dalle stalle alle stelle”.
Accanto a lui c’è Ari, amico immaginario con le ali e la lingua tagliente, creatura metà angelo e metà demone, confidente e coscienza sarcastica. Durante la notte, tra canne, corse in auto rubate, armi cariche e dialoghi che oscillano tra filosofia spicciola e visioni mistiche, il protagonista riflette su religione, politica, sessualità, salute mentale, morte, razzismo e arte, con una lucidità intermittente in cui momenti di sarcasmo feroce si alternano a lampi di disperazione pura.
Il narratore mente, ruba, dimentica, beve, si droga, riflette con brillantezza e sembra continuamente in caduta libera «tra le crepe, senza nessuno che lo salvi». La sua voce è inaffidabile, frammentata, ironica e spesso sgradevole, ma proprio per questo terribilmente vera. Il rapporto con Ari, amico immaginario fin dall’infanzia, è il cuore pulsante del libro: Ari non giudica, non consola, eppure accompagna il protagonista come un Virgilio sporco e disilluso attraverso la notte di Johannesburg.
Junx è la cronaca di un corpo e di una mente che si disgregano sotto il peso di oppressioni sistemiche, traumi familiari, precarietà sociale e crisi personali. Il protagonista parla di suicidio con una leggerezza che inquieta, riflette sulla religione e sulla politica con rabbia e sarcasmo, descrive sesso e droga senza censura, come se tutto facesse parte della stessa corsa verso il baratro. Risuonano le contraddizioni feroci della vita urbana sudafricana: gioia e dolore, spiritualità e autodistruzione, festa e violenza convivono senza soluzione di continuità.
Lo stile di Moletsane è diretto, senza filtri; mescola gergo di strada, riflessioni filosofiche, lirismo improvviso e oscenità. Il romanzo non ha capitoli, procede come un rabbioso flusso di coscienza. La prosa è disseminata di riferimenti alla cultura popolare e politica: dalla musica (Tupac, Oliver Mtukudzi, Hugh Masekela, Mos Def) al cinema e serie TV (Il re leone, The Wire, Yizo Yizo), dalla letteratura (Il Grande Gatsby, Lolita, Il crollo) alla stand-up comedy di Chris Rock e Patrice O’Neal. Questa trama di citazioni crea un universo dove Johannesburg è al tempo stesso reale e simbolica, città concreta e inferno interiore.
