Corpo a corpo Nabokov-Cervantes
Dice il saggio
Vladimir Nabokov
Lezioni sul «Don Chisciotte»
A cura di Luigi Giuliani
12 immagini in bianco e nero
Adelphi, 2025, pp. 306
€ 25
Lezioni sul «Don Chisciotte» di Vladimir Nabokov, curato da Luigi Giuliani per Adelphi e arricchito da immagini in bianco e nero che riproducono appunti, schemi e anche un disegno originale di un mulino a vento di Nabokov, offre al lettore italiano un libro insolito e prezioso. L’opera era già stata pubblicata in italiano da Garzanti nel 1989 con la traduzione di Edoardo Albinati (per Adelphi ci ha pensato Enrico Terrinoni). Non si tratta di un saggio organico scritto dall’autore di Lolita, ma della trascrizione, accuratamente editata, delle lezioni che Nabokov tenne a Harvard nel 1952 sul capolavoro di Cervantes, corredate da appunti, sinossi capitolo per capitolo, digressioni polemiche e improvvisi slanci lirici. È un libro a più strati, che riflette fedelmente il carattere del suo autore: un Nabokov docente e polemista, entomologo della letteratura (oltre che degli insetti veri e propri), capace di scovare nell’opera altrui sia imperfezioni che lampi di genio, e insieme scrittore che, mentre smonta Cervantes, sembra preparare in filigrana alcuni dei temi che troveranno piena espressione nei suoi romanzi successivi. Al punto che potremmo dire che l’interesse maggiore del libro è più per quanto riguarda Nabokov che il personaggio di Cervantes, o quantomeno è parimenti distribuito tra i due aspetti.
La lettura che Nabokov offre del Don Chisciotte è spiazzante fin dall’inizio. A differenza della tradizione critica che, tra Ottocento e Novecento, aveva via via trasformato il romanzo di Cervantes in un’icona della modernità, allegoria della condizione umana o trionfo dell’idealismo contro il volgare materialismo, Nabokov rifiuta ogni sovrastruttura filosofica e riduzione moralistica. Egli rivendica per sé e per i suoi studenti la libertà di leggere il testo nella sua letterarietà, di restituirgli la vivacità originaria, di liberarlo dal mito romantico che lo aveva avvolto. Lungi dal proporsi come esegeta neutrale, Nabokov vi entra con la passione e l’arroganza di un artista che giudica un collega, alternando sarcasmo e ammirazione, freddezza analitica e entusiasmo. Più che un commento accademico, le Lezioni sono una sfida critica, a tratti un processo a Cervantes, a tratti un omaggio al suo personaggio principale, che ai suoi occhi finisce per trascendere la mediocrità dell’opera che lo contiene.
Uno dei motivi ricorrenti delle lezioni è la distinzione tra il Don Chisciotte come libro e Don Chisciotte come figura letteraria. Nabokov non nasconde di considerare il romanzo diseguale, a volte ingenuo, spesso crudele nei confronti del suo protagonista, punteggiato di episodi gratuiti e di digressioni che ne rallentano il ritmo. Arriva perfino a catalogare le avventure del cavaliere errante segnando, come in un tabellino sportivo, vittorie e sconfitte, quasi a voler imporre un ordine esterno a un testo che gli pare dominato dal caso e dalla ripetizione. Eppure, proprio attraverso questo inventario pignolo e impietoso, Nabokov riconosce a Don Chisciotte una statura eroica: quella di un personaggio che cresce oltre le intenzioni del suo autore, che si emancipa dal libro stesso per diventare simbolo di purezza, di illusione, di gratuità immaginativa contro la brutalità del mondo. Nelle pagine finali delle lezioni, dopo aver ironizzato su Cervantes, Nabokov si congeda dal cavaliere con parole di inaspettata tenerezza: il suo blasone è la pietà, la sua bandiera la bellezza; non ridiamo più di lui, perché rappresenta tutto ciò che vi è di gentile, disinteressato e nobile nell’animo umano.
A rendere affascinante questo percorso critico è anche lo stile con cui Nabokov si rivolgeva ai suoi studenti di Harvard. Lungi dal tono impersonale della filologia tradizionale, le Lezioni alternano mappe, schemi, riassunti minuziosi a battute taglienti contro i «cervantisti» che avevano edulcorato il romanzo, a voli pindarici interpretativi e commenti personali su paesaggi, nomi, strutture narrative. Nabokov pretende dai suoi studenti attenzione assoluta, rifiuta domande che interrompano il filo del discorso, attacca con sarcasmo i critici rivali; eppure, proprio attraverso questa autorità un po’ dispotica, insegna a diffidare di ogni autorità, a leggere con occhi propri, a non accettare passivamente i dogmi accademici. Il Don Chisciotte emerge come un territorio vivo, da esplorare con curiosità e senza pregiudizi, non come un monumento intoccabile della storia letteraria.
Un capitolo riguarda la «crudeltà» del personaggio Don Chisciotte. Nabokov insiste sul carattere spietato di molte scene: le percosse subite dal cavaliere e da Sancio, gli inganni orditi ai loro danni, la mancanza di pietà di un mondo che si accanisce contro la follia innocente. Per Nabokov l’umorismo di Cervantes è spesso grossolano, «diabolico» più che angelico, lontano dalla leggerezza del vero comico.
Altre sezioni affrontano la struttura del romanzo: le novelle intercalate, le voci narranti, il gioco dei manoscritti fittizi, i cronachisti immaginari. Nabokov mostra come Cervantes moltiplichi i livelli del racconto, anticipando tecniche che diventeranno centrali nel romanzo moderno e nella narrativa postmoderna. E tuttavia, fedele al suo gusto per la precisione e l’eleganza, egli rimprovera a Cervantes una certa sciatteria, la tendenza a non sfruttare fino in fondo le possibilità che egli stesso apre. Celebre è il caso del Don Chisciotte di Avellaneda, sequel apocrifo dell’opera di Cervantes e da questi preso in considerazione nel prosieguo autentico del Chisciotte che fece dopo qualche anno. Nabokov avrebbe voluto che l’opera autentica si chiudesse con un duello tra il vero e il falso cavaliere, carico di significati metafisici e letterari; invece, Cervantes opta per una conclusione più rapida e meno spettacolare. Il romanziere Nabokov, dietro la veste di professore, riscrive mentalmente l’opera altrui, suggerisce sviluppi alternativi, lascia intravedere come lui stesso avrebbe orchestrato la materia narrativa.
Non mancano pagine dedicate a Dulcinea, amata da don Chisciotte, che nella visione di Nabokov è spogliata di ogni aura idealizzante e ricondotta alla sua origine contadina, al punto da far pensare che una riscrittura del personaggio secondo il suo gusto e in contrapposizione a Cervantes possa aver ispirato Nabokov per Lolita; e a Sancio Panza, la cui evoluzione psicologica Nabokov segue con attenzione, riconoscendogli una dignità crescente man mano che il romanzo procede. Il cuore del libro resta il rapporto tra illusione e realtà, tra sogno e disincanto, che Nabokov legge con occhi ambivalenti: se da un lato smonta l’eroismo di Don Chisciotte, dall’altro ne celebra la gratuità visionaria, vedendovi una metafora dell’arte stessa, del suo opporsi al grigiore utilitaristico del mondo.
Il vero valore sta nel mostrare come un grande scrittore legge un altro grande scrittore, lo critica, lo reinventa e usa come specchio per interrogare la propria idea di letteratura. Nabokov non è mai imparziale: esagera, distorce, ignora talvolta ciò che non si accorda con le sue tesi; ma proprio questa soggettività fa del libro un’esperienza viva.
