L’India e noi

Dice il saggio

India_Europa

Wilhelm Halbfass
Europa e India
Storia di un incontro culturale
Carocci, 2025, pp. 684
€ 56

In Italia si tende generalmente a sottovalutare quanto l’India ricopra oggi un ruolo di primo piano sulla scena globale, come invece evidenziato dal vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai tenutosi in Cina a inizio settembre 2025, dove il primo ministro indiano Narendra Modi, ritratto accanto ai leader cinese e russo Xi Jinping e Vladimir Putin, ha invocato un ordine mondiale multipolare. Ben venga quindi la pubblicazione in italiano di un testo fondamentale per comprendere in maniera approfondita, seppure da un punto di vista prevalentemente storico-filosofico, la più grande (e complessa) democrazia del mondo.

Il libro di Wilhelm Halbfass Europa e India. Storia di un incontro culturale, uscito per la prima volta in tedesco nel 1981, poi tradotto e ampliato in inglese nel 1988, e adesso, finalmente, messo a disposizione in italiano da Carocci con la curatela di Raffaele Torella, rappresenta un’opera di straordinaria profondità, che attraversa oltre duemila anni di storia intellettuale per indagare i modi in cui l’India e l’Europa si sono reciprocamente pensate, (fra)intese, idealizzate o rifiutate.

L’autore, indologo e filosofo, formatosi tra Göttingen e Vienna e per decenni docente all’Università della Pennsylvania, affronta un compito immenso: ricostruire le premesse storiche e le condizioni ermeneutiche attraverso cui due grandi civiltà hanno dialogato o, più spesso, hanno parlato l’una dell’altra per dire qualcosa anche di sé stesse. L’opera di Halbfass non è soltanto una pietra miliare dell’indologia e della filosofia comparata, ma anche un invito a ripensare categorie come identità, alterità, tradizione e modernità nel contesto globale contemporaneo.

Sin dalle prime pagine Halbfass mette in luce la singolarità dell’incontro fra Europa e India, irriducibile a ogni altro contatto culturale dell’Occidente con l’Oriente. L’India non è semplicemente un altrove geografico, ma un continente spirituale e intellettuale che per secoli ha incarnato, agli occhi europei, una sapienza enigmatica e autosufficiente. Dai primi racconti giunti in Grecia fino all’epoca coloniale e postcoloniale, l’India è stata di volta in volta terra di misteri, oggetto di sogni esotici, banco di prova per filosofie della storia, ma anche luogo di proiezioni ideologiche.

Halbfass mostra come l’Europa abbia cercato nell’India tanto un’origine mitica quanto un contraltare polemico, oscillando tra fascinazione e disprezzo, tra idealizzazione romantica e svalutazione eurocentrica. Hegel rappresenta, in questo senso, un momento chiave: pur riconoscendo la profondità speculativa dei testi indiani, egli riduce l’India a una fase “infantile” dello Spirito, incapace di raggiungere la libertà e l’autocoscienza dell’Occidente. Al contrario, Schopenhauer vi scorge un’eco delle proprie intuizioni metafisiche, leggendo le Upaniṣad come conferma del suo pessimismo cosmico. Halbfass non si limita a registrare queste posizioni: ne indaga le radici concettuali e le implicazioni, mostrando come ogni lettura dell’India sia anche un autoritratto dell’Europa.

Il libro sottolinea un passaggio metodologico decisivo nel rapporto indoeuropeo: il ruolo della lingua sanscrita. La scoperta e lo studio sistematico del sanscrito hanno segnato, secondo Halbfass, una svolta epocale, perché hanno permesso di superare sia le vaghe idealizzazioni sapienziali sia le semplificazioni coloniali, aprendo l’accesso diretto ai testi. Qui emerge la lezione di Gadamer: i pregiudizi non sono ostacoli da eliminare, ma condizioni inevitabili di ogni comprensione. Il filologo, quanto più è radicato nella propria cultura, tanto più può aprirsi a quella altrui. Figure come Paul Deussen, amico di Nietzsche e discepolo di Schopenhauer, ne sono l’esempio: si avvicinò con rigore ai Veda e alla filosofia indiana, inaugurando una stagione di studi di straordinaria ricchezza. La filologia, gemella della filosofia come voleva Vico, diventa così terreno di incontro e di conflitto, spazio dove l’Europa e l’India si misurano non in astratto, ma attraverso le parole, i concetti, le tradizioni testuali.

Accanto all’analisi del modo in cui l’Europa ha visto l’India, Halbfass esplora con pari attenzione la risposta indiana alla presenza europea. L’induismo tradizionale, privo di proselitismo e indifferente allo straniero, non cercò mai l’Occidente né sentì il bisogno di confrontarsi con altre culture per definire sé stesso. Fu solo con l’impatto coloniale e con il neoinduismo dell’Ottocento che l’India cominciò a riflettere criticamente sulla propria identità anche alla luce delle categorie occidentali, accettando la sfida dell’Europa e talvolta rovesciandone le pretese di superiorità. Pensatori come Ram Mohan Roy, Swami Vivekananda o Sri Aurobindo rielaborarono la tradizione vedantica in forme nuove, dialogando con la scienza, con il cristianesimo, con il liberalismo politico, ma anche adottando concetti come “filosofia” o “religione” in senso moderno, categorie nate altrove e solo in parte sovrapponibili alle nozioni indiane di darśana o di dharma. In questo scarto concettuale, Halbfass vede il segno di un incontro asimmetrico ma fecondo, che costringe entrambe le parti a ridefinirsi.

Halbfass mostra come la tradizione indiana, pur avendo sviluppato epistemologie raffinatissime, non abbia mai separato nettamente il sapere teorico dalla trasformazione interiore: la conoscenza, più che strumento di dominio tecnico o di progresso cumulativo, mira alla liberazione, alla comprensione ultima dell’essere. Ma sarebbe riduttivo contrapporre semplicisticamente una conoscenza “pratica” indiana a una conoscenza “speculativa” europea: molti testi sanscriti, da Dharmakīrti a Nāgārjuna, spingono oltre ogni finalismo strumentale, descrivendo una sapienza che trascende mezzi e fini, tecnica e soteriologia. In questo senso, l’incontro tra Europa e India non è mai pacifico né puramente accademico: tocca questioni esistenziali e metafisiche, obbliga a interrogare le nostre nozioni di verità, di soggetto, di salvezza, di razionalità.

Halbfass scrive con rigore ma senza pedanteria, intrecciando storia e filosofia, filologia e teoria del linguaggio, senza indulgere né all’esotismo romantico né al riduzionismo polemico. A differenza di certa critica postcoloniale che ha letto l’orientalismo europeo solo come volontà di potere e strumento di dominio, Halbfass riconosce le asimmetrie storiche ma cerca una via più complessa, attenta alle condizioni che rendono possibile un vero dialogo interculturale. L’incontro tra India e Europa, suggerisce, non si risolve né in una celebrazione acritica della diversità né in un universale astratto che cancella le differenze, ma richiede il coraggio di confrontarsi con l’altro senza rinunciare alla propria voce, accettando il rischio del fraintendimento insieme alla possibilità della comprensione.

Per questo Europa e India rimane, a decenni dalla sua prima edizione, un’opera insuperata: non un semplice repertorio di dati o di opinioni, ma una meditazione sul senso stesso del filosofare in un mondo plurale. La sua attualità non sta solo nell’erudizione sterminata o nella finezza ermeneutica, ma nella capacità di mostrare come ogni incontro con l’altro sia anche un’occasione per ripensare noi stessi, la nostra storia, le nostre categorie di pensiero. La lezione di Halbfass conserva tutta la sua forza: il dialogo tra le culture non nasce dall’assenza di differenze, ma dal loro riconoscimento critico, dalla consapevolezza che capire l’altro significa anche, inevitabilmente, trasformare la propria prospettiva.